Azzurro. Questo fu il primo colore che videro i suoi occhi appena si aprirono. L’azzurro violento del cielo limpido, senza nubi. L’azzurro del cielo pulito, senza fumo né smog, del cielo illuminato dai raggi del sole, così forte da apparire bianco e da ferirti gli occhi. Un azzurro vivo come non se lo ricordava da anni. Così vero e nello stesso tempo falso, quasi uscito da una tavolozza di un pittore, come solo il cielo delle sue montagne sapeva essere nelle lunghe giornate estive.

Eppure sapeva di non trovarsi là, non aveva più messo piede in quei luoghi della sua fanciullezza da tempo immemorabile. Però quel cielo era dello stesso azzurro, e una sensazione di meraviglia l’assalì come ai tempi delle sue corse a piedi nudi sulla verde e soffice erba. Tutt’altra cosa rispetto al cielo plumbeo e grigio che da sempre era stata abituata a vedere nella grande città. Diverso da colpirti a fondo nell’anima, da sconvolgerti i pensieri e da abbagliarti gli occhi. Dovette richiuderli, li sentiva talmente stanchi e deboli che le palpebre, gonfie e pesanti, continuavano a serrarsi, nonostante i suoi sforzi per impedirlo.

Ricadendo nella tenebra cominciò a pensare. Pensare e ricordare. Vide una città nera e buia, le cui mille vetrine e gli innumerevoli fari di automobile spargevano una luce talmente artificiale da rendere falsi tutti i colori. Il suo vestito, troppo corto e attillato, in modo da delineare le sue curve appariscenti e da mostrare molti scampoli di pelle bianca e liscia, era come una divisa che aveva dovuto indossare per anni. Anni in cui aveva percorso quegli sporchi e squallidi marciapiedi nelle ore più profonde della notte, sempre alla ricerca di un modo di evadere e andarsene. Giorni e giorni che avevano fatto anni ed erano anni amari quelli che si ricordava. Passati a fingere di essere un essere umano, una donna. A convincersi di essere solamente un qualcosa che chiunque poteva avere per sfogarsi, per placare i propri appetiti bestiali.

Cominciò a piangere. Le calde lacrime cominciarono a colarle per le guance. Fino a perdersi nei suoi folti capelli. Violentemente smise di ricordare, era troppo doloroso. Forse doveva concentrarsi sulla sua nuova situazione.

Era sdraiata, di questo ne era sicura. Il suo corpo poggiava su qualcosa che poteva sembrare sabbia. Con la mano provò a toccarla e ad afferrarne una manciata. Ci riuscì, ma più stringeva le dita più la sentiva sfuggire via, come una cascata. Era piacevole la sensazione che le donava, una sicurezza che non era nuova in lei, che aveva sorprendentemente scoperto in fondo al suo animo.

Una leggera brezza si alzò all’improvviso, provocandole un brivido lungo tutto il corpo.

Era bagnata, sentiva i vestiti appiccicati alla pelle. Con quel sole e quel venticello, pensò, sarebbero asciugati in un attimo.

Si rendeva inoltre conto che non poteva restare a lungo così, sdraiata ad aspettare qualcosa che forse neanche lei conosceva o ricordava.

Avrebbe voluto alzarsi e guardarsi intorno, ma non ce la faceva. I suoi arti erano percorsi da fitte di dolore molto forti. Riuscì appena a girare la testa. E a riaprire gli occhi che le svelarono, per la seconda volta, un mondo nuovo, o forse perduto, fatto di colori vivi e luci e suoni. Non di neri e grigi, oppure di rumori indefinibili. Alla sua destra vide la sabbia gialla correre in una vasta distesa fino a raggiungere alti e slanciati alberi, le cui verdi chiome bene si stagliavano sullo sfondo azzurro e crema del cielo e della spiaggia.

Rimase a contemplare la natura incontaminata per lunghi momenti. Istanti durante i quali rivedeva le povere pianticelle che ornavano la sua squallida camera dalle pareti sporche. Le sue piante, cresciute e accudite con cura, le uniche cose che la tenevano legata alla vita e capace di continuare a tirare avanti. Di continuare a sopportare il peso di altri corpi su di lei, sempre diversi, senza nome né voce, se non i respiri forti di aliti mentolati, oppure infestati da sigari fumati troppo frequentemente. Corpi raramente belli e atletici ma spesso flaccidi e cascanti nella fioca luce di lampioni, oppure di piccole lampadine, di quelle che su tutte le automobili sono sempre state chiamate luci di cortesia. Sentirli muovere dentro e contro di lei, mentre la mente e lo sguardo invece andavano a cose lontane, nel tempo e nei luoghi. A piccoli conigli candidi riposanti nelle loro gabbie, ai larghi cerchi della bruna aquila nel cielo, alle chiazzate vacche da mungere ogni giorno appena sorto il sole. A tutto questo pensava di solito in quei momenti, non per farsi del male, ma perché era l’unico modo per affrontare quelle scure e informi presenze, macchie sfuocate e incolori che come unico ricordo lasciavano qualche banconota sgualcita.

Tutto ormai era lontano, distante migliaia di chilometri o forse di più. Con uno sforzo non indifferente voltò la testa verso sinistra, e rimase senza fiato per lo spettacolo che le si parava dinanzi.

Grandi onde spumeggianti giungevano fragorose a infrangersi sulla riva, in una continua sfida, mai vinta né persa, contro la sabbia.

Il mare, o meglio l’oceano. L’oceano che fino a qualche giorno prima aveva visto con occhi indifferenti sui volantini in una vetrina di una qualche agenzia di viaggi, oppure in uno degli innumerevoli film o documentari alla televisione. E che ora era lì, a pochi metri da lei, mentre stava placando la sua furia. E pensare che solo poche ore prima quell’immensa distesa d’acqua si era quasi trasformata nella sua tomba. Aveva visto le onde ergersi alte fino ad incontrare il cielo e confondersi con esso. Blu l’oceano e blu il cielo. Era rimasta immobile, sul ponte della nave, rapita ad osservare quello spettacolo. Anche quando i fulmini avevano cominciato a squarciare le nubi, sprigionando una luce accecante nell’atmosfera circostante, anche allora era rimasta là, incurante del pericolo che correva.

Poi le onde erano cresciute ancora sino a sommergere la nave che, con uno schianto terribile, si era rovesciata consegnando i suoi passeggeri al loro triste destino. E così se n’era andata la bella e superba modella in viaggio verso sfilate sempre più ricche. Oppure il piccolo e moro mozzo che ogni mese spediva ai familiari nel suo povero paese natale quello che riusciva a risparmiare. Ed ancora la semplice famigliola impegnata a godere di quei momenti di pace e benessere che poi non avrebbe più avuto per chissà quanto tempo. E come scordarsi del ricco e vecchio imprenditore che aveva cercato di ritrovare una sua giovinezza con ogni ragazza che aveva incontrato durante la traversata.

Ora chissà dove si trovavano. Nessuno di loro si aspettava una cosa simile, e lei, che più di una volta aveva pensato alla morte, era ancora miracolosamente in vita. E questo perché nonostante tutto era ancora tenacemente attaccata alla vita. Inconsciamente, giusto un momento prima del naufragio, aveva saldamente afferrato una delle scialuppe le cui cime avevano ceduto e l’avevano portata lontana dalla nave, buttandola, non sapeva dire dopo quanto tempo, su quella spiaggia.

Calma decise di alzarsi. Strinse i denti e con coraggio affrontò il dolore. Senza lasciarsi sfuggire un lamento si erse e cominciò a compiere qualche passo. La sua sopportazione del dolore ormai era molto grande. Troppe volte aveva dovuto subire ciò che per altri era piacere, mentre per lei era dolore. Ma non poteva urlare o mostrare di soffrire. Non l’avrebbero accettato. D'altronde non la pagavano per godere? E quindi, per un qualche strano motivo, si aspettavano che anche lei godesse.

Tutto ormai era finito, finito per sempre. Per la prima volta questo pensiero le era affiorato alla mente. Neanche quando aveva avuto in mano quel biglietto l’aveva pensato. Neppure mentre si riposava nel tepore del sole sulle sdraio della nave l’aveva pensato. In verità non credeva fosse possibile. Aveva ritenuto che in qualunque luogo quel grigiore l’avrebbe raggiunta per ricacciarla nel fondo dell’abisso.

Invece adesso non era più così. Era lì, in piedi, in mezzo a una sinfonia di colori, tutti da conoscere e da scoprire. Si guardò meglio intorno e scorse, a poca distanza i resti della scialuppa. Camminando lentamente, in modo da assaporare il contatto tra i suoi piedi e la sabbia tiepida, si avvicinò e cominciò a guardare cosa aveva a disposizione.

Tra le schegge di legno e i resti di tela e plastica trovò una scatola contenente una pistola con razzi segnaletici e una cassetta di pronto soccorso. Fortunatamente l’acqua non li aveva rovinati. Altrimenti sarebbe stata perduta, confinata per sempre in quel luogo.

Prese in mano la pistola e rigirandola tra le mani capì di avere in pugno l’unica sua ancora di salvezza. Molte navi passavano per quelle rotte e lei avrebbe potuto attirarne l’attenzione e quindi essere salvata. Nel frattempo doveva solo trovare qualcosa da mangiare e poi aspettare. Si voltò quindi verso gli alberi, dove era convinta avrebbe trovato del cibo. Il sole cominciò a picchiare forte, in breve le avrebbe asciugato anche i vestiti. Non voleva che questo capitasse mentre li aveva indosso. Si spogliò e, come mai era accaduto prima, senza timore di essere osservata con occhi bramosi, rimase nuda. La sua pelle, di un delicato e tenue rosa, risaltava nell’atmosfera tersa dell’aria. Si guardò meravigliata. Le sembrava di essere rinata. Non si vedeva più sciupata e pallida, ma vedeva su di sé il colore della gioventù e della bellezza. Ed allora si sentì veramente donna. Anni interi di piattezza e squallore l’avevano snaturata, rendendola un essere adatto solo a soddisfare certi bisogni e distruggendo tutto quello che lei veramente era. Le avevano tolto i ricordi felici della sua infanzia. Le avevano cancellato le immagini dei suoi monti e quello che per lei avevano sempre significato, sin da quando era salita su quell’autobus che l’aveva portata nella grande città, che l’aveva accolta tra le sue braccia. I primi tempi come una madre premurosa e desiderosa di mostrarle cose che mai aveva visto né immaginato, ma poi come un malvagio sovrano che incatena a sé i suoi schiavi impedendole di fuggire e costringendola ad annullarsi. In tutti quegli anni i colori che sempre aveva avuto nell’animo e nella memoria si erano a lungo andare scoloriti, fino a divenire piatti e simili alle fotografie che vedeva ogni giorno sui giornali. Tutto questo ormai era scomparso, distrutto, annientato. La luce accecante di quel sole riscoperto era penetrata sin nelle profondità più remote del suo spirito e l’aveva ripulita, aveva scacciato l’oscurità e riportato il chiarore del giorno. E con questo i colori che aveva dimenticato.

Ridendo cominciò a correre su e giù per la spiaggia, assaporando i suoni e gli odori di quel luogo. Corse fino a stancarsi e cadere nella sabbia. Rotolando godette del contatto di ogni parte del suo corpo con quella natura incontaminata. Era felice, si sentiva rinata.

D’un tratto ridivenne seria e tornò vicino ai suoi vestiti, ormai asciutti. Rimase a guardarli a lungo. Non voleva indossarli, le ricordavano troppo quello che aveva passato. Non poteva neanche restare sempre nuda. Dopo aver riflettuto decise che li avrebbe indossati solo quando avesse visto una nave all’orizzonte. Li riordinò e recuperò parti di una coperta per crearsi un giaciglio per la notte che tra poche ore sarebbe calata. Rivolse il suo sguardo all’orizzonte e vide il miracolo del tramonto. Il sole, una rossa e gigante palla, si tuffava, morendo poco a poco, nella calma distesa di acqua scura. Il cielo assumeva tinte cangianti che nessun pittore avrebbe potuto riprodurre. Era estasiata, ferma a contemplare quell’avvenimento che, mentre per il giorno significava morte, per lei divenne il simbolo di una nuova nascita.

Stava per rivolgersi verso il relitto, quando scorse un piccolo punto scuro in movimento contro il sole velato. In principio si convinse di aver visto uno di quei piccoli punti neri che normalmente appaiono davanti agli occhi ogni volta che si guardava intensamente una luce forte.

Aguzzò la vista e scoprì che non si era affatto sbagliata. C’era qualcosa che si muoveva e che istante dopo istante diventava sempre più grande, acquistando una forma e un nome: era una nave.

Senza perdere tempo si vestì, cercò velocemente la pistola, la caricò e rimase ferma, in piedi, con l’arma a puntare il cielo ad osservare la sua salvezza. Il suo dito indice doveva solo schiacciare quel grilletto e sarebbe stata salvata.

E capì cosa avrebbe comportato. Capì che avrebbe perso ancora una volta quei colori. Capì che sarebbe finita in un’altra grande città, diversa dalla prima solo per il nome, ma uguale nella crudeltà e nel grigiore. E decise. Il braccio si mosse e con una grande parabola la pistola scomparve tra i flutti.

Si spogliò, lasciò cadere i suoi vestiti, si voltò verso gli alberi e, distrattamente, cominciò a camminare, fino a scomparire inghiottita dal verde, dal giallo e dalla magia di un tramonto senza fine.


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