Stanno arrivando, lo so.

Vengono per prendermi e per ammazzarmi senza pietà, come hanno già fatto con tutte le altre, con tutte le mie sorelle.

Le hanno prese, straziate, martoriate fino a ridurle a un orribile simulacro di quello che erano: dolci e tenere, senza nessuna colpa addosso se non quella di amare i loro Signori.

Devo scappare, ma dove?

Vorrei correre veloce, volare nel vento, via da questi luoghi maledetti ma non posso. Sono troppo debole e le energie che mi servirebbero sono lungi dall’essere recuperate.

Potrei sempre camminare lungo la strada fino al mare e da lì seguire la linea nera della spiaggia fino al prossimo villaggio, sperando che la mia fama non sia corsa veloce come la mia dannazione…

Ma andrei troppo lenta, mi raggiungerebbero in fretta e mi sottoporrebbero a quelle stesse malignità che hanno piegato e alfine distrutto le altre mie compagne. Le ho viste, umiliate e spezzate sotto lo sguardo sprezzante di quei diavoli, senza fede né cuore, incapaci di amare e capire chi è diverso da loro. Animati non dalla carità con cui adorano riempirsi la bocca di belle e nobili parole, ma dalla ferocia, dalla bramosia di sangue e di sofferenza. 

Nessuno mi aiuterà e nessuno risponderà con pietà alle mie urla; non l’hanno fatto prima, perché dovrebbero farlo con me?

Non posso sperare di intenerire i loro cuori inumani, sono duri come pietra e freddi come ghiaccio; godranno del mio dolore e faranno festa per la mia morte. Balleranno e si ubriacheranno all’ombra delle mie ossa e chiederanno perdono per i miei peccati, non per i loro…

Signore mio, ma come è possibile che esistano tali esseri abominevoli?

Tu nella tua infinita saggezza e potenza, proteggimi dalle loro mani protese a graffiare e ghermire la Tua figlia…

Mi illudo, lo so, non sei intervenuto per le altre mie sorelle e non interverrai per me, non mi salverai dalla morte orribile che mi daranno; aiutami almeno a non cedere e a non implorare il loro perdono, a non urlare a gran voce la mia paura e il mio dolore, fa che i miei occhi, sino alla fine, possano bruciarli e scaraventarli nel profondo dell’orrore…

Ti imploro, io che sono stata la Tua serva fedele per tutta la vita, aiutami a superare questa prova, la suprema a cui sono chiamata…

Ho paura, troppa paura; ora che le voci si avvicinano non so se resisterò.

Se almeno il Principe mio Sposo fosse qui, se lo potessi chiamare per un’ultima volta allora forse avrei una speranza, seppur fievole, di vivere ancora. Ma Egli è lontano e la mia voce troppo debole perché la possa sentire… se però riuscissi, allora la Sua spada implacabile si abbatterebbe sui miei persecutori e vendicherebbe la mia paura e la morte delle mie sorelle… il sangue scorrerebbe a fiumi e chi ora odia, uccide e provoca paura , sarebbe odiato, ucciso e proverebbe la Paura, quella vera che paralizza ogni muscolo e ti impedisce di agire…

Sento le urla che si avvicinano e già li immagino stretti attorno ai loro falsi simboli di idoli crudeli avanzare nella notte verso la mia dimora, peggio di animali, solamente assetati di sangue. Tra pochi minuti saranno qui, da me…

Devo comunque provare, chiamare il mio Sposo, dare fondo a tutte le mie energie e urlare il Suo nome affinché il vento lo porti a Lui implorando il Suo aiuto per poi vederLo correre, senza posa, abbandonando tutti i Suoi obblighi, per salvare la Sua diletta sposa…

Ecco, le parole tornano alla mia mente, la voce possente mi sale dai polmoni fino a sgorgare implacabile a chiamare il Suo nome. Sento che la mia sofferenza Lo sveglia e Lo turba facendoLo accorrere a me. Non mi importa se quelli stanno arrivando, Lui ormai è qui, sento i Suoi pesanti passi che fanno tremare la casa e vedo la luce che sempre Lo accompagna.

E le urla, dolore e rabbia dalle gole di quei malvagi mentre la Sua vendetta implacabile li colpisce.

E intanto che la Sua forza mi avvolge, stringendomi luminosa e quasi bruciante a causa del Suo incommensurabile amore, mi abbandono e rido…

Rido di felicità, rido per la salvezza, rido fino a farmi mancare l’aria nei polmoni, rido finché le forze me lo permettono per infine lasciarmi andare in Lui e solo in Lui…

***

La pioggia cadeva fitta e fastidiosa, rendendo sdrucciolevole lo stretto sentiero di pietra che inerpicandosi su per la rupe portava alla piccola casa, di legna e paglia, alta sopra le onde furiose del mare. La notte scura, senza luna, era illuminata dalle centinaia di fiaccole che il gruppo che mi precedeva portava con sé.

I volti di quegli uomini, quei pochi che potevo e riuscivo a vedere tra le gocce di pioggia, erano tirati, pallidi e segnati dal dolore e dalla ferocia.

Le fiamme, facendo danzare la loro tremula luce, rendevano quei lineamenti inumani, quasi diabolici.

A fatica arrancavano con me che li seguivo nella pioggia salendo verso l’ultimo rifugio di quella creatura perduta. Già i primi erano di fronte alla porta quando l’urlo si levò da quel tetto, lacerando la notte e sovrastando perfino il rombo del tuono. Tutti si fermarono, impauriti e intimoriti, girandosi a guardare me: la loro guida.

Cercando la forza e il coraggio e pensando un preghiera, alzai le braccia al cielo e urlai:

«Continuate, non abbiate paura, chiama il suo padrone Asmodeo, che nulla può farci finché in noi la Fede è salda».

Restai così a fissare quegli uomini per lunghi istanti mentre le nubi oscure si addensavano sopra di noi. Le forze della natura si erano scatenate quella notte quasi a sottolineare l’orrore e i malefici di cui fummo testimoni.

Finché vivrò mai potrò dimenticare i volti di quei bambini, i segni che avevano loro inferto e ringrazio ogni giorno la misericordia di Nostro Signore che fece loro chiudere gli occhi e cessare le sofferenze…

Le urla si susseguivano una alle altre e nessuno osava muoversi. Implorando Nostro Signore avanzai tra la folla, che si aprì come un ferro caldo nel burro, fino a giungere di fronte alla porta di legno. Osservai quella misera catapecchia così triste e povera da sembrare innocua ma dentro cui migliaia di malvagità si erano compiute.

Strappai dalle mani di qualcuno una pesante accetta e cominciai a colpire la porta aprendo pesanti e profondi tagli nel legno.

Nell’innaturale silenzio che la tempesta ci donava i miei colpi rimbombavano fino al mare e poi più in là fino alla fine del mondo…

Finalmente la porta cadde e potei vedere l’interno della miseranda baracca.

Lei, vestita di soli stracci, era in terra in mezzo ai simboli tracciati in rosso, gli occhi sbarrati ad osservare il nulla, l’espressione rapita.

Affascinato restai immobile per alcuni secondi a guardarla. Mi colpì la sua differenza dalle altre che in quei giorni ricevettero la nostra purificazione. Loro urlavano, si dibattevano, bestemmiavano, piangevano e ci maledicevano sputando tutto il loro terrore. Lei no, calma, quasi in preda a profonda estasi, si lasciò afferrare da mille mani, si lasciò trasportare incurante delle urla offensive a lei rivolte, si lasciò spogliare e legare al palo mentre le fascine venivano accese ai suoi piedi.

E mentre leggevo la benedizione di Nostro Signore per la sua anima e cercavo di pregare per lei la voce mi si ruppe poiché la vidi, ormai intaccata nelle carni dalle fiamme, sorridere in preda a una tenerezza che solo un innamorata ad un innamorato sa dare.

Ma la mia mente vacillò e misericordiosamente svenni quando la sentii ridere, sempre più forte, fino allo stremo, fino alla morte…     


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