Ancora non riesco a credere a ciò che ho visto. La mia mente non vuole e non può accettare ciò di cui sono stato testimone. Vorrei poter credere che sognai ogni cosa, ma so che non è così. In fondo al mio cervello si annida ancora come una serpe velenosa.

Solo la morte potrà portarmi la pace, solo la morte che con la sua nera falce taglierà tutti i miei ricordi facendoli sparire nell’oblio. E tra questi cancellerà anche quella notte del 1 novembre di quarant’anni fa.

Allora ero abbastanza giovane, avevo quasi raggiunto i trent’anni e la vita procedeva come avevo sempre desiderato.

Da circa cinque anni avevo finito l’università, e la mia laurea in Fisica era in bella mostra, come lo è tutt’oggi, su una delle pareti del soggiorno di casa mia.

Questo grande appartamento in cui andai a vivere all’indomani delle mie nozze con la ragazza che sempre avevo amato.

Ricordo ancora quando decidemmo di compiere quel passo fatale, una sera all’ombra delle grandi mura della parte medioevale della città che amavamo frequentare.

Fu lì che mi chiese di sposarla, e fu lì che accettai. Ancora oggi mi commuovo pensando al suo bel viso e alla sua grande dolcezza. Ma ora non è più così. È solo un simulacro di quella che era. La pazzia l’ha divorata in tutti questi anni. La sua mente non resse come la mia e crollò trascinandola in un baratro senza fondo. Ed è solamente colpa mia. Ma non potevo sapere, non potevo…

Chiedo a voi che ascolterete questa registrazione di giudicare i miei comportamenti e le mie scelte. Ascoltate e giudicate.

Ci sposammo un nuvoloso giorno di marzo, freddo come sa esserlo un giorno di primavera. Niente di sontuoso o faraonico, una duplice cerimonia, civile e religiosa e poi a pranzo in un piccolo ristorante con pochi e selezionati amici. E alla sera via verso la nostra casa, acquistata alcuni anni prima in previsione di quell’evento.

Ci amammo, ci amammo molte volte, sbadati tanto da concepire quella notte di nozze il nostro primo e unico figlio.

Dio solo sa come volevo bene a quel bambino. Lo proteggevo, almeno tentavo di proteggerlo, da ogni male, vivevamo entrambi per lui, cercando di posare le basi per un suo futuro radioso. Ed ora è scomparso, andato chissà dove. E per questo non avrò mai pace. Forse adesso è ancora in quel luogo maledetto a invocare aiuto, oppure è già morto senza scampo, oppure è riuscito a salvarsi per poi svanire nel nulla. Potessi rivederlo ancora una volta cercherei di spiegargli ogni cosa.

Ma cosa riuscirei a spiegare se a tutt’oggi non ho ancora capito cosa accadde veramente né il perché? Forse è meglio così, se è ancora vivo è giusto che si rifaccia una vita senza più pensare a sua madre, rinchiusa tra quattro mura imbottite, e senza più pensare a me, suo padre che lo lasciò nel bel mezzo del pericolo. E solo perché avevo paura. Chiunque avrebbe avuto paura quel giorno.

Sto divagando, devo cercare di riordinare i miei pensieri in modo da rendere questo racconto narrato al mio fedele registratore comprensibile.

Cominciamo quindi. Nove mesi dopo il nostro matrimonio nacque nostro figlio. Un bel maschietto di quasi quattro chili, che Agata, questo era, cioè è, il nome di mia moglie, decise di chiamare Marcello. Era il 1 novembre 2002. Non voglio cercare di rendere a parole la felicità che provarono due genitori nel vedere la creatura frutto del loro amore. No, sarebbe cercare di imbrigliarla entro confini troppo stretti. La amammo e la coccolammo con entusiasmo. Passavo ogni momento libero che mi concedeva la mia professione, ero professore di un liceo scientifico, con lui, insegnandogli quello che ritenevo giusto. Anche Agata, quando non era impegnata in Biblioteca, stravedeva per Marcello. Non riusciva a stargli lontano per più di qualche ora, tant’è che obbligava la nostra baby-sitter a portarlo da lei ripetutamente durante il giorno.

Che volete farci, penso che anche voi sareste così se solo aveste la possibilità di avere una creatura tutta vostra, un’immagine in miniatura di voi genitori, un segno tangibile del vostro amore.

Marcello cresceva bene e molto sveglio. Penso avesse preso dalla madre. Poco importa, l’importante è che fosse così.

Fu quando aveva solamente cinque anni che cominciò la catastrofe.

Era un pomeriggio di fine autunno, la nebbia già imperversava fitta sulle nostre strade. Mi sembra fosse un sabato. Io, Agata e Marcello stavamo andando in uno di quei super centri commerciali straripanti di ogni accessorio e di ogni tipo di negozi. Mentre guidavo, cercando di perforare con lo sguardo il grigio muro davanti a me, Marcello, seduto nel suo seggiolino blu, cantava a squarciagola la sigla del suo cartone animato preferito. Un cartone animato pieno di problemi esistenziali, adolescenti stronzi, ragazzi che si scoprono finocchi e per questo sono depressi e tutte queste altre stronzate. Non certo i cartoni animati della mia generazione, pieni zeppi di mega robot giganti, di potenti astronavi, scienziati carogne e tutte queste simpatiche amenità. E ricordo ancora oggi le sigle firmate dal magico duo Tempera-Albertelli. Poi era arrivata quella scema di Cristina D’Avena che aveva monopolizzato il mercato delle sigle con la sua insulsa voce e anche i cartoni animati erano cambiati. Basta violenza. I bambini ne erano terrorizzati.

Mi ricordo che brindai maleficamente quando si seppe della morte della Cristina canterina, uccisa da un pazzo anonimo che le aveva infilato in gola una trentina di puffi di gomma. Chi trovò il corpo disse che la scena era terribile. La povera donna sdraiata a terra, cianotica in volto e coi lineamenti distorti, mentre dal suo stereo a ripetizione veniva diffusa la sigla di “Lady Oscar”  cantata dai Cavalieri del Re, i cui componenti scomparvero senza lasciare traccia (vennero poi scoperti mentre in Argentina avevano costruito una fortuna suonando il tango nelle balere locali, nonostante le proteste e le manifestazioni che sconvolsero tutto il paese, il nostro governo rifiutò di chiedere l’estradizione ed archiviò il caso come “suicidio insolito”).

Ma per nostra sfortuna era spuntata Melania D’Avena, figlia della non compianta Cristina, che ne aveva preso l’eredità e la cui voce era ancora più odiosa e insopportabile.

Tutto questo ve l’ho detto solamente per farvi capire in quale stato d’animo mi trovavo durante quel viaggio. Senza dimenticare mia moglie che continuava ad assillarmi con questa marca di detersivo per lavatrice da provare, con quel nuovo profumo di ammorbidente che in nessuna casa può mancare, con quel tipo di pasta in super offerta da paghi uno prendi cinquanta chili, e altre amenità del genere.

E pensare che avevo programmato tutt’altro tipo di pomeriggio. Tipo io e Agata soli in casa mentre Marcello era dai nonni, sempre felici e smaniosi di viziarlo. Avremmo almeno potuto scatenarci in strane follie e fantasie sessuali.

Invece dove mi trovavo?

Su una piccola utilitaria, nel bel mezzo della nebbia, con una moglie colpita da un improvviso attacco di logorrea pubblicitaria e un figlio snaturato e un po’ rincoglionito da quella stronza di Melania. 

Ma il peggio doveva ancora capitare.

Giungemmo in quel centro commerciale in circa un’ora di macchina, mentre normalmente non ci avrei impiegato più di venticinque minuti. Record negativo.

Era pieno. Esseri umani da ogni angolo del globo sembravano essersi dati appuntamento tutti in quel luogo e quel pomeriggio.

Il risultato furono trenta minuti per trovare un parcheggio e per giunta a quasi un chilometro di strada.

Quindi scendere tra le lamentele della moglie per la lontananza e poi bestemmiare tutti gli dei conosciuti e alcuni sconosciuti perché il passeggino del piccolo decideva di rompersi in quel momento.

Ero furente, ma solo se avessi saputo cosa avrei dovuto aspettarmi, sarei stato calmo ad assaporare la compagnia e l'affetto dei miei cari.

Invece no, sempre più frustrato, avevo preso in braccio Marcello e con mia moglie al fianco camminai fino all’entrata di quel tempio del capitalismo. Dalle porte rigorosamente a vetri potevo vedere persone entrare e uscire senza sosta, fiumi di vite ad incensare il dio acquisto.

Con soggezione, e perché trascinato a forza, varcai la soglia fatidica.

Ed ecco un mondo nuovo, diverso e affascinante, fatto di luci al neon e vetrine colorate.

Vetrine che se mi interessavano non potevo nemmeno osservare perché sospinto verso articoli migliori e più consoni agli interessi di Agata e anche di Marcello.

Penso di aver  visto più completi intimi e gonne in quei venti minuti che nei trent’anni vissuti fino ad allora. In verità non ero più così nervoso. Erano bastati pochi istanti per farmi recuperare l’allegria che sempre mi aveva contraddistinto. Dedicai tutta la mia attenzione a Marcello e al suo sguardo colmo di meraviglia, quando vidi i suoi occhi fissarsi in un punto davanti a noi e dilatarsi dalla sorpresa, mentre la bocca si apriva in un grande “Ohhh” di meraviglia e la manina indicava davanti a sé.

Seguii la sua indicazione e giunsi a vedere una di quelle mitiche e infernali aree di sosta per bambini, con tanto di scivolo, tubo, scale e le immancabili pallette colorate per bambini. Ovvero normalissime palline di spugna delle dimensioni di una palla da tennis.

Già una decina di bambini si rotolava tra queste pallette ridendo e divertendosi come se fosse la cosa più bella del mondo.

Prima che cominciasse ad agitarsi come un forsennato, portai Marcello in quell’accozzaglia di giochi pseudoeducativi e lo lasciai giocare, mentre mia moglie, riconoscente, cominciava a spendere senza di me. D'altronde uno doveva restare a sorvegliare il bambino. E quindi rimasi io. Fortunatamente mettevano anche delle panchine per i genitori premurosi. Accaparratomi del posto mi sedetti e attesi il ritorno di Agata. Osservavo così la struttura di quei giochi, quando l’occhio mi cadde su una targa di bronzo che diceva: “Area Gioco L. Ambesi, alla memoria. La direzione”.

Chi era questo Ambesi? Questa domanda mi torturava. È strano come a volte la nostra mente si impunti su dettagli insignificanti e ci assilli con richieste assurde. Il sapere chi diavolo fosse questo Ambesi era una di quelle volte.

Ispezionai con lo sguardo ogni centimetro di quella struttura di divertimento per infanti, alla ricerca di non so quale indizio. Non lo feci apertamente, avevo la scusa più che legittima di controllare Marcello, che come un animale impazzito si rotolava tra le pallette, stringendole con forza tra le mani e scagliandole contro la rete di protezione.

Era proprio vero, quei bambini sembravano animali dietro le gabbie di uno zoo. Divertito ma anche un po’ spaventato da quell’immagine decisi di placare i miei dubbi bloccando un addetto del personale. Casualmente fermai una signorina bionda, dalla fluente chioma e dalle forme invidiabili. Con voce melliflua e dalla carica sessuale abnorme mi chiese quale fosse il problema.

Forse un po’ balbettando, come farebbe un adolescente in calore, risposi che volevo solamente sapere chi fosse quel L. Ambesi a cui era dedicato lo spazio gioco.

La risposta fu ancora più gentile e sensuale. Calma e tranquilla mi raccontò la storia di Lodovico Ambesi, architetto.

Lodovico Ambesi, nativo della Brianza, si laureò a pieni voti alla Facoltà di Architettura. Suo scopo era di creare spazi in cui i bambini potessero ritrovare loro stessi e la loro essenza più profonda. Credo perse più di dieci anni in progetti e idee fallimentari, finché gli venne l’idea geniale: le pallette.

Queste semplici e banali sfere di simil spugna lo fecero diventare ricco e famoso. Copiò spudoratamente i giochi presenti in molti parchi del nostro paese, ma a differenza di questi li riempì di migliaia di pallette colorate. Un’idea idiota che gli valse miliardi e miliardi.

Quello a cui mi trovavo davanti ora era l’ultima fatica di Ambesi. Non che fosse innovativo o contenesse nuovi spunti ludici, no era totalmente identico agli altri, solamente era stato l’ultimo lavoro prima di morire.  Evidentemente in modo tragico. Infatti si uccise gettandosi dalle impalcature che servivano per gli ultimi ritocchi alla cupola di vetro colorato che sovrastava il luogo dove ora stava giocando mio figlio. Non potei fare a meno di alzare lo sguardo verso la vetrata. E la vidi. Era la cosa più schifosa e oscena che avessi mai visto. Il motivo dominante erano cerchi colorati ripetuti all’infinito con accostamenti cromatici che avrebbero fatto impazzire un pittore. Rosa e verde pisello per esempio. E capì perché Ambesi si era ucciso, e capii il motivo, perché un uomo ossessionato dalle pallette e capace di una tale ciofeca doveva essere per forza malato di mente.

Lasciai continuare il racconto alla signorina che infatti mi descrisse l’ultimo volo dell’architetto che si schiantò fragorosamente in mezzo alle pallette che aveva tanto amato. Chi accorse lo trovò morente, con la schiena spezzata e gli arti scomposti come in una scultura postmoderna. Si dice che sputando sangue mormorò le sue ultime parole: “I bambini non si divertono? Allora diamogli altre pallette”. Per poi spirare.

Dimenticai l’ultimo particolare, forse il più importante e inquietante. Il giorno in cui Marcello si rotolava nelle pallette, mentre Agata violentava la mia Carta di Credito e mentre io mi intrattenevo amabilmente con la femmina fatale, ricorreva il primo anniversario della morte dell’architetto pazzo.

Con un brivido mi voltai verso Marcello, sicuro che qualcuno stesse per fargli del male, ma lo vidi tranquillo e contento. Non so cosa mi era preso, era stata una sensazione improvvisa, avevo sentito un forte senso di malvagità e ferocia provenire dal punto gioco. E non ci crederete ma mi convinsi che le pallette odiavano chiunque giocasse con loro. Scacciai questo pensiero assurdo dalla mente. D'altronde un socio CICAP come me, scettico fino al midollo, non poteva credere a quelle fandonie soprannaturali. Pensai, come sempre in questi casi, ad un’autosuggestione operata dal mio cervello dopo aver ascoltato una storia piuttosto inquietante.

Lasciai, salutandola, la signorina appena in tempo per vedere Agata venire verso me in un tripudio di borsette e pacchetti.

Credo di aver sibilato a denti stretti una bestemmia pensando al mio stipendio e ai soldi che mi avevano malignamente salutato quel pomeriggio.

Recuperai Marcello aspettandomi una scena di pianto degna di Mario Merola nel “Mammasantissima”. Invece, calmo e tranquillo, si lasciò prendere in braccio e condurre verso la macchina. Durante il viaggio di ritorno non cantò più quell’oscena canzoncina, bensì resto immobile come immerso nei suoi pensieri.

Avrebbe dovuto insospettirmi tutto ciò, invece pensai solo che fosse stanco e privo di energie e per un momento benedissi Ambesi e le sue pallette. Ecco quello che normalmente si definisce ironia della sorte.

A casa aiutai Agata a fare ordine nei suoi acquisti e poi preparai il bagno del bambino. Che nel frattempo era nella sua cameretta intento a giocare. Lo sentivamo parlare mentre era impegnato in chissà quale epopea storica e fantastica.

Andai a prenderlo verso le sette. Avvicinandomi alla porta potei sentire bene cosa diceva. E soprattutto la voce che rispondeva.  Non era nuovo a discorsi da solo, usando varie voci, mascherate per l’occasione. Ma quella volta rimasi immobile fuori ad ascoltare spaventato, anzi di più, terrorizzato.  Perché la voce che rispondeva a Marcello era troppo reale. Non so se mi spiego, normalmente è facile riconoscere una voce in falsetto, poiché il tono usato sembra sempre irreale, ammantato da un non so che di falso. Non quella volta. Il timbro di quella voce era basso e roco, come se le corde vocali fossero usurate dal logorio degli anni e dal troppo fumo. Ricordo come se fossero passati solo alcuni secondi e non quarant’anni le parole che udii quel giorno.

“Davvero sei capace di fare quello che hai detto?”, chiese con eccitazione mio figlio.

“Certo e molto di più. Ti prometto che ti divertirai un mondo, che non avrai mai preoccupazioni ma solo un posto dove giocare…. Per sempre”, rispose la voce misteriosa.

“E la mamma e il papà? Io ci voglio bene a loro, verranno con me?”

“Non preoccuparti, fai quello che ti dirò e loro verranno con te”

“Mi ripeti bene quello che devo fare?”

“Certo, non voglio perdere quest’occasione per avere un amico con cui giocare senza sosta per l’eternità”

A questo punto entrai. Non so perché lo feci, ma dovevo. Non riuscivo più a star calmo ad ascoltare quell’odiosa voce. Voce che continuavo a credere prodotta da mio figlio. Entrai velocemente e vidi Marcello nascondere velocemente qualcosa nella sua cesta di giochi. Il regno del disordine, diceva sempre Agata. Dove tutto era caos e dove solo lui riusciva a trovare qualcosa in breve. Un po’ come la mia scrivania, sotto quel punto di vista era proprio mio figlio.

“A cosa stavi giocando, campione?”, chiesi, in preda ad un’ansia tanto incontenibile quanto inspiegabile.    

Mi guardò con occhi contenti che però volevano nascondere qualcosa e mi rispose:

“Stavo giocando con Loìco”

“Loìco? E chi è questo bambino dal buffo nome?”

“È quello che sta nel giocattolo”

“Ho capito, la prossima volta salutamelo e invitalo a cena, vorrei conoscerlo. Però ora andiamo, è l’ora del bagno”.

Così in poche parole avevo liquidato quello che credevo fosse una semplice invenzione della sua fertile mente infantile. Avrei forse dovuto intuire i fatti che capitarono la notte?

No, non potevo, era impossibile. Nessuno ci sarebbe riuscito.

Portai Marcello in bagno e lo misi nella vasca. So che può sembrare strano, ma mi ero sempre occupato io del bagno del bambino. Era una sorta di divisione dei ruoli voluto da alcuni rigurgiti di femminismo, quello becero anni ’70, che mia moglie in pochi casi aveva dimostrato. Non che lo facessi contro voglia, era un compito a cui mi dedicavo con attenzione e scientifica scrupolosità, attento a non lasciare asciutto neanche un centimetro quadrato della sua delicata pelle.

Mentre lo risciacquavo con l’acqua tiepida sentii Agata urlare. Senza perdere un attimo corsi da lei.

La vidi sulla porta della camera del bambino. Era immobile, lo sguardo vitreo e la bocca spalancata in un urlo ormai muto. Guardai dove guardava lei, ma non vidi niente, o meglio vidi solamente la stanza di Marcello. Non riuscivo a capire cosa avesse potuto spaventare così tanto Agata.

Le presi la mano e cercai di farla tornare in sé. Al suono della mia voce si riprese e, dopo avermi osservato con l’espressione ancora stralunata, mi abbracciò forte e scoppiò in un pianto liberatorio. La lasciai fare per alcuni minuti e poi la condussi in cucina, le diedi un bicchiere di cognac e poi tornai di corsa da Marcello. Temevo, come in ogni film horror che si rispetti, che si sarebbe attaccata a me implorandomi di non lasciarla sola. Invece non lo fece, si attaccò al bicchiere e ne bevve avidamente l’alcolico contenuto.

In bagno Marcello stava fermo, in piedi, nel mezzo della vasca, bagnato e gocciolante. Presi il suo piccolo accappatoio e glielo porsi. Sin da quando aveva tre anni aveva voluto imparare a infilarselo da solo e ne andava fiero. Lo vidi armeggiare con difficoltà con la manica sinistra perché teneva il pugno stretto.

“Marcello, apri la mano e infila bene la manica”.

Senza rispondermi lo fece e vidi cadere qualcosa nella vasca. E ciò che vidi mi fece venire un brivido lungo la schiena. Sul fondo bianco, impregnata d’acqua, giaceva una palletta azzurra, identica a quelle viste nel Centro Commerciale.

La presi in mano ignorando il tentativo di mio figlio di sottrarmela.

“Dove l’hai presa? Sei andato in camera tua prima?”. Anche se attendevo una sua risposta sapevo che non era possibile. In primo luogo l’avrei visto passare mentre cercavo di fare qualcosa per mia moglie, in secondo luogo invece non c’erano impronte di piedini bagnati sulle piastrelle. Quindi o aveva volato, oppure… doveva avergliela data qualcuno. Non io, non Agata, ma chi?

“Dimmi, dove l’hai presa?”, chiesi ancora una volta.

Con voce calma e bassa, mi rispose:

“Me l’ha data Loìco. Ha detto che potevo tenerla per giocare e che così sarei stato tanto felice”

Ancora una volta Loìco. Doveva esserci qualcuno in casa. Qualcuno che aveva dato la palletta a Marcello e che prima aveva spaventato Agata… Agata era sola in cucina.

Presi in braccio il piccolo e velocemente mi diressi verso mia moglie. Che stava tranquillamente preparando la cena.

Mi fermai stupito e scioccato.

Lei si voltò, mi vide e poi con espressione sorpresa mi chiese:

“Cosa ci fai qui con Marcello in accappatoio? Non dovresti averlo già vestito? La cena è quasi pronta”.

Penso di averla guardata con una faccia talmente stupita che in confronto una persona che si trovi davanti trenta marziani in tutù rosa che ballano “Il lago dei cigni” doveva sembrare annoiata. Tant’è che mi disse:

“Cos’hai da guardarmi in quel modo? C’è qualcosa che non va?”

Balbettando non poco biascicai un no e andai in camera di Marcello per mettergli il suo pigiama.

E fu mentre stavo varcando la soglia della camera che vidi rotolare verso di me una palletta arancione, e poi una rossa, e poi una verde. Senza che nessuno le avesse lanciate e soprattutto senza che nessuno le avesse mai portate in quella casa.

Cominciavo a dubitare della mia sanità mentale. Pensavo di essere un personaggio di un racconto di H.P.Lovecraft destinato alla morte o peggio alla pazzia. Avevo anche paura, una paura folle. Mi feci coraggio, posai a terra il bambino ed entrai. A parte le tre pallette tutto sembrava normale. Andai verso l’armadio e con un gesto veloce lo spalancai, riparandomi il viso con le mani. Non successe niente. E io che pensavo ad un’ondata di pallette assassine che mi avrebbero assalito appena aperte le ante. Presi il pigiama, quello rosso con le stelline gialle, quindi mi diressi da Marcello e dopo averlo portato in camera nostra, mia e di Agata si intende, lo cambiai.

Poi, pulito e affamato, lo portai a tavola.

Inutile dire che non mangiai molto quella sera e che non fui molto sociale. A tutto questo suppliva Marcello con continue farneticazioni su dove avrebbe potuto giocare senza smettere mai. Finito di mangiare guardammo un po’ di televisione ed infine andammo a letto.

Provai a far capire ad Agata che volevo far l’amore con lei, ma gentilmente venni respinto perché aveva mal di testa. Certo che poteva cercare una scusa migliore di quella. Da allora non ho più potuto far l’amore con lei. Ma lasciamo perdere questi particolari erotici e torniamo ai fatti. Il nastro sta per finire.

Fu verso mezzanotte, l’orario giusto, che venimmo svegliati da un urlo agghiacciante.

Aprimmo gli occhi giusto in tempo per venire investiti da una marea di pallette volanti. Direte voi: “Cosa saranno mai alcune pallette di spugna lanciate contro di noi?”. Provate voi a prenderne una in faccia e poi ditemi. Soprattutto se lanciate ad una velocità folle, tant’è che durante il volo la loro forma non era più sferica, bensì allungata.

Le pallette venivano dalla camera di nostro figlio. Sfidando la morte, anche perché una di quelle odiose cose mi aveva appena fratturato il naso che perdeva abbondantemente sangue, mi lanciai nella speranza di salvare Marcello. Non vidi Agata che lesta mi seguiva. Se solo fosse rimasta nella stanza le sarebbe stato risparmiato quel grande dolore che la rese pazza.

La camera di Marcello era illuminata di luce di vari colori. E invasa di pallette.

Nostro figlio era in piedi sul suo lettino e stava guardando verso una parete. Anch’io guardai nella stessa direzione e quello che vidi mi ghiacciò il sangue nelle vene.

Da un buco nero nel muro usciva un flusso costante di pallette, ma non solo. Insieme a loro una figura barcollante.

Un vecchio dalla faccia rugosa e dai lunghi e candidi capelli. Un vecchio la cui espressione era di cupidigia mentre osservava Marcello. Spaventato chiamai, urlando, nostro figlio. Che non si girò. In compenso si voltò verso di me il vecchio, guardandomi con odio e disprezzo. Non so perché ma avevo capito chi fosse. In qualche modo mi ero convinto fosse Lodovico Ambesi. E allora capii, fui costretto a capire a chi si riferiva Marcello chiamandolo Loìco. A Lodovico, la cui pronuncia imperfetta di un bimbo di soli cinque anni aveva storpiato in Loìco.

Lodovico, o Loìco se preferite, continuò ad avanzare fino a prendere la mano di Marcello. Per poi girarsi e portarlo verso il buco. Corsi, corsi veloce, ma le pallette sparse per il pavimento mi fecero scivolare. L’impatto con il pavimento fu tremendo. Sentii il mio braccio spezzarsi. Grugnendo di dolore mi rialzai giusto in tempo per vedere nostro figlio affacciarsi nel buco. Vidi la sua espressione da sognante divenire terrorizzata. Lo vidi voltarsi verso di me e chiamarmi chiedendomi aiuto. Non andai. Avevo paura e poi ero sommerso dalle pallette che mi impedivano ogni movimento. Sparì, sparì nel muro, trascinato da quel vecchio infame che rideva e ripeteva all’infinito quell’odiosa frase: “I bambini non si divertono? Allora diamogli altre pallette”.

Inutile dire che il buco si richiuse e le pallette si calmarono. Mi decisi. Presi Agata, in stato catatonico per aver assistito alla perdita del suo unico e amato figlio, pochi effetti personali e me ne andai.

Vissi per lunghi anni in Argentina, cucinando in un locale dove suonavano i Cavalieri del Re.

Qualche mese fa tornai a casa. Non so perché, ma lo feci. Ed ora eccomi ancora qua, a ricordare ciò che non avevo mai dimenticato e che… scusate ma mi è sembrato di sentire qualcosa in camera di Marcello. Meglio che vada a vedere, torno subito a voi e alla storia.

 

“E questo è tutto”, disse il capitano dei carabinieri spegnendo il registratore, “Cosa ne pensa, signor giudice?”.

“Penso che fosse pazzo”, risponde l’altro uomo.

“Talmente pazzo da morire soffocato sotto migliaia di pallette per bambini mentre con voce stridula urlava <<I bambini non si divertono? Allora diamogli altre pallette>>? Crede sia andata così, giudice?”

“A dire il vero non mi importa molto, il caso è archiviato come suicidio e io devo andare a casa. Sa mio figlio mi aspetta, è il suo compleanno”.

“Auguri, quanti anni compie?”

“Cinque”

“E cosa pensava di regalargli?”

“Una scatola di pallette colorate, sa ai bambini piacciono molto”.

 

 

FINE?


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