La nebbia era calata presto quella sera, nascondendo in pochi istanti il profilo della  città. Era una nebbia densa, che scaturiva senza sosta dalle acque tranquille del fiume, reso invisibile come ogni altra cosa; solo un debole sciacquio ne confermava l’esistenza, rivelando che ancora scorreva pigro e docile verso il mare.

Ferma in mezzo al ponte, Alice ascoltava distrattamente i deboli suoni che riuscivano a giungere sino a lei. Nella nebbia i clacson delle automobili ingorgate e le sirene delle chiatte si fondevano in un’unica malinconica sinfonia. Ma alle sue orecchie anche questi suoni sparivano, cancellati da un silenzio pesante in cui si sentiva immersa.

Era sola Alice, sola con i troppi pensieri che le affollavano la testa e che la assillavano giorno e notte, ossessivi, ricordandole ad ogni istante Lui. Lui che l’aveva resa felice, che un giorno l’aveva presa per mano e che per mesi aveva cancellato quella nebbia. Lui che alla fine se n’era andato, partito, fuggito.

Come poteva scordare il giorno che Lui era entrato nella sua vita, come poteva dimenticare cosa avesse significato la mano che Lui le aveva teso?

Quel giorno lei, la piccola e inutile Alice, sedeva sulla solita panchina del solito parco leggendo al solito un libro triste e angosciante, perché non poteva sopportare le storie allegre e leggere, troppo diverse dalla sua condizione e dalla sua vita. Leggeva perché quei libri erano l’unico mondo in cui poteva trovare personaggi che avevano il suo stesso stato d’animo, che come lei sentivano la nebbia dentro di sé, una nebbia pesante che le nascondeva il cuore e tutte le emozioni positive che potevano uscirne. Leggeva ma non per condividere il peso di quella situazione, non per alleggerire la propria condizione, per cercare un modo di risalire e di cambiare… no, leggeva semplicemente per convincersi che quella era l’unica prospettiva che aveva, che quello era il suo destino e che solo in quei libri avrebbe trovato il suo mondo, un mondo triste, grigio e tetro, senza sole e senza cieli azzurri, ma solo con il grigio della nebbia e dell’angoscia. Perché quella era la sua esistenza, la sua vita; non poteva essere altrimenti, non poteva cambiare e nessuna azione, né sua né d’altri aveva né mai avrebbe potuto mutare quello che era.

Quel giorno credeva fermamente potesse svolgersi come gli altri che già aveva vissuto e gli altri che avrebbe dovuto ancora vivere. Lo credeva perché da mesi, o forse anni la sua vita continuava così, senza sorprese né cambiamenti. Poteva impegnarsi in qualsiasi modo, poteva gridare, implorare, piangere o ridere… ma nulla, non aveva mai attenuto nulla se non che giorno dopo giorno stava sprofondando sempre di più nel buio informe della nebbia.

Eppure quel giorno qualcosa era cambiato, qualcosa di eccezionale, di assurdo, di meraviglioso le era infine capitato.

Quel giorno, davanti a quella panchina, Lui si era fermato e le aveva parlato. E quelle parole, semplici parole di saluto, l’avevano strappata al suo mondo fatato di tristezza e l’avevano portata nella realtà, nel mondo dove non solo la nebbia, ma anche il sole aveva il suo posto. Alice aveva alzato la testa fino ad incontrare i Suoi occhi… e lì era rinata.

Alice non sapeva se era la prima volta che passasse di lì, oppure se lo faceva da sempre; se era apparso quel giorno come per magia oppure se anche Lui era un essere come lei. Non lo sapeva e non lo aveva mai saputo o forse non le era mai importato di saperlo. In fondo sapeva che dal momento in cui aveva risposto al Suo saluto e aveva accettato la Sua mano e aveva cominciato a camminare al Suo fianco, da quel momento aveva scacciato la tristezza, la malinconia, l’angoscia… aveva in un solo gesto portato il sole nel proprio cuore.

Aveva cominciato a vivere… al suo fianco tutto diventava colorato, pieno di sorprese e di meraviglia. E per la prima volta il sorriso era spuntato sul suo volto, il volto di chi fino a quel momento non sapeva cosa volesse dire sorridere…

Eppure tutto quello era poi scomparso, come svanito nel nulla. Ancora non capiva bene cosa fosse successo, oppure più semplicemente si rifiutava di capire… perché non voleva credere che tutto fosse inesorabilmente finito, che ciò che era stato faticosamente costruito in giorni e giorni era invece crollato e caduto in pochi istanti. E così nella sua vita era tornata la nebbia che aveva ricoperto di una coltre grigia e soffocante la sua felicità e stava, a poco a poco, cancellando i suoi ricordi, offuscandoli e facendoli infine sparire. Le ultime giornate le aveva vissute immersa in quel grigio oblio, sospesa tra la coscienza e l’incoscienza e trascinandosi, quasi istintivamente, in una triste parodia di vita.

Quella sera, invece, si trovava lì…non ne poteva più, aveva finalmente compreso che era impossibile combattere la nebbia, sconfiggere i suoi artigli, che con spietata crudeltà ghermivano il suo animo. E proprio perché era impossibile vincere quella guerra aveva deciso di perderla con onore, di lanciare l’ultimo disperato assalto al grigio nemico, prima che questo potesse vincere in maniera definitiva, cancellando ogni ricordo di ciò che aveva provato e cercando di convincerla che lei, la piccola Alice, non poteva gioire, perché destinata ad una tristezza eterna.

Per quale motivo il destino le aveva donato un giorno la luce, le aveva permesso di vedere il mondo e per questo gioire se alla fine lei era destinata comunque a perderlo?

Forse lei non poteva far parte di quegli eletti che conoscevano la felicità e che potevano cercarla e raggiungerla?

Lei, Alice, non poteva trovare un suo paese di meraviglie, colorato e bello, e non grigio e oscuro?

La nebbia le suggeriva le risposte a queste domande, risposte crude, dure e senza scampo. Ogni gocciolina d’acqua sospesa sembrava sussurrarle all’orecchio che lei era Alice, colei che non poteva vedere il sole, colei che il fato aveva destinato ad essere proprietà della nebbia e della sua cappa di tristezza. Colei che solo al di là di uno specchio inesistente poteva trovare il suo mondo sereno.

Quella sera era lì per ribellarsi a questo. Per troppo tempo l’aveva accettato stoicamente, lasciandosi cadere, sprofondando sempre di più. Aveva infine capito che poteva evitarlo, che poteva mostrare alla nebbia che non era una sua creatura e chiedere al sole di accoglierla tra le sue figlie.

Ma c’era  altro, qualcosa di più terribile che le aveva dato finalmente la spinta per essere lì quella sera. Con terrore aveva maturato la consapevolezza che se non avesse reagito la nebbia le avrebbe cancellato spietatamente il volto di Lui, disperdendolo nell’oscurità e mondandola dall’unico legame con la luce, con la gioia. Quel velo grigio stava a poco a poco sfumandone i lineamenti, li stava modificando. E il Suo viso, così straordinario e bello, stava diventando banale, vuoto e normale come qualunque viso anonimo che aveva incontrato nella sua vita. Questo non poteva sopportarlo, non poteva permetterlo. Doveva trovare il modo di impedirlo, il modo di fermare questo atroce processo.

Aveva capito, Alice, che solo l’acqua poteva salvarla, che solo l’acqua le avrebbe ridato i suoi dolci ricordi, che solo l’acqua l’avrebbe accolta senza esitazioni nel suo eterno abbraccio, invitandola a dormire e a sognare che Lui era ancora al suo fianco.

A tutto questo pensava Alice mentre scavalcava il parapetto e si fermava in piedi, nell’aria, ad un passo dalla fine, immersa in un’atmosfera innaturale.

Si era vestita bene, aveva indossato il suo vestito migliore perché doveva essere bella come mai era stata, doveva esserlo per Lui, perché la potesse di nuovo desiderare.

Con calma si aggiustò il cappotto stringendosi nel folto collo di pelliccia. Rabbrividiva e in cuor suo non sapeva dire se quei brividi fossero causati dal freddo umido che le penetrava fino alle ossa oppure se fossero causati dalla paura. Si disse che era il freddo, che era normale tremare con quel tempo. Se lo disse perché non poteva permettersi di cedere al terrore, non poteva lasciare che si impadronisse della sua volontà. Se lo avesse permesso avrebbe urlato e sarebbe scappata, dannandosi per l’eternità. Invece doveva restare e procedere, doveva mostrare il suo coraggio.

Con un gesto quasi teatrale si tolse il cappello, che a stento tratteneva i lunghi capelli ramati e lo lasciò cadere. Con lo sguardo lo seguì fino a quando non venne inghiottito dalla nebbia. Non lo vide toccare l’acqua, né riuscì a sentire il debole rumore che di certo fece quando ne ricevette l’abbraccio. Tra poco lo avrebbe seguito, tra poco anche lei avrebbe provato quel forte abbraccio… lo immaginava avvolgente e sicuro, come una madre che vuole proteggere e coccolare il proprio figlio.

Sorrideva Alice, sorrideva mentre aspettava nel silenzio di compiere quel passo. Aspettava di avere ben chiaro nella mente il volto di Lui. Lui che sorrideva e con i Suoi occhi neri la invitava a raggiungerla.

Guardava la nebbia con coraggio, lei, piccola e fragile donna, di fronte a un nemico così forte e crudele. Gridò, gridò la sua sfida e rimase per lunghi istanti immobile ad ascoltare la sua voce perdersi nel grigio.

E mentre i suoni sfumavano in una tenue eco, sentì un nuovo rumore che con violenza bruta si intromise nel suo silenzio e la strappò dai suoi pensieri e dal suo oblio.

Un vago senso di inquietudine si impadronì di lei mentre cercava di percepire ancora quel suono, per capire se fosse stata la sua immaginazione a crearlo per prendersi gioco di lei e per impedirle di compiere quello che aveva ormai deciso. Passò quasi un’eternità immobile, trattenendo il respiro prima di sentir di nuovo quel rumore. Lo riconobbe, non poteva avere dubbi, erano dei passi che si avvicinavano lungo l’acciottolato.

Un moto di terrore cominciò a nascerle in petto, una sensazione che violentemente la riportò alla realtà. Rendendosi conto di dove si trovava ed in preda ad un attacco di vertigini, si afferrò stretta al parapetto, rimanendo in bilico tra il ponte e il vuoto attorno a sé.

Alice chiuse gli occhi e inconsciamente si servì di quei passi come di un’ancora che la tenesse legata alla vita. Aveva paura, paura che si allontanassero e che lei potesse tornare da sola nella nebbia. Aveva paura di aprire gli occhi e di affrontare di nuovo il vuoto desolante dinanzi a lei. Non era più sicura di nulla, non sapeva più cosa fosse la cosa giusta, cosa dovesse fare… preferiva concentrarsi solamente sul suono che percepiva, sempre più vicino e sempre più forte.

In cuor suo pregava che chiunque fosse si fermasse e la chiamasse, che si avvicinasse e con voce gentile la invitasse a tornare sul ponte, a prendere la sua mano e ad abbandonare quei propositi di morte. Non pregava solo per questo Alice, pregava anche di poter così trovare qualcuno, un amico, una persona a cui aprire il suo cuore e da cui essere aiutata a trovare la strada per uscire dalla nebbia.

Pregava, pregava sentendo i passi avvicinarsi, pregava saldamente aggrappata al parapetto e con gli occhi chiusi.

Di colpo più nulla, di colpo quel suono scomparve, dissolto in un istante.

Alice non voleva, non poteva crederci… non poteva credere che la sua salvezza fosse svanita così velocemente, che forse tutto era stato solo un crudele scherzo della nebbia che si prendeva gioco di lei.

Pianse Alice, calde e amare lacrime cominciarono a scorrerle sulle guance mentre capiva che ormai nulla c’era più da fare, che nulla poteva strapparla da quella condizione e che era di nuovo sola, piccola e troppo fragile. Tutto era ormai finito e lei doveva solo fare un passo per cancellare il dolore e la sofferenza; solo un passo per cadere nel grigio ed affidarsi all’acqua.

Cercando di calmarsi e respirando a fondo, Alice cercava il coraggio di compiere quel passo. Lo cercava nel suo animo, lo cercava nella sua mente, lo cercava nel suo cuore. 

Lentamente staccò le mani dal parapetto e ferma, in bilico nel freddo, mormorò il suo addio al mondo e alla nebbia.

Prima staccò un piede, lentamente, alzandolo poco a poco e poi si apprestò a compiere quel passo decisivo.

« Alice, tesoro, fermati…», una voce sbucò dalla nebbia dietro di lei.

Una voce che la fermò, che la immobilizzò e che le fece battere il cuore sempre più veloce.

Non una voce qualunque, ma la voce di Lui, la voce calda e profonda che aveva imparato ad amare e a conoscere in ogni sfumatura, in ogni tono.

Non poteva crederci, di certo era di nuovo uno scherzo, il più crudele e violento che la nebbia le aveva mai fatto. Non voleva lasciarla morire in pace, non voleva che lei se ne andasse da vincitrice, no, voleva umiliarla anche in quel momento, anche quando era inutile, anche quando la nebbia era già la vincitrice morale di quell’assurda guerra.

« Alice, ti prego, dammi la mano… non fare sciocchezze, sono qui per te, piccola mia…», disse di nuovo la voce calda, tagliando senza pietà la nebbia e portando un flebile raggio di luce al cuore di Alice.

Alice, calma e decisa, cominciò a voltarsi, lentamente e di nuovo saldamente aggrappata al parapetto del ponte. Se c’era davvero un Dio nell’infinito, Alice lo pregava che sul ponte ci fosse davvero qualcuno e che tutto non fosse solo frutto della sua immaginazione. Se i suoi occhi avessero scorto solo il vuoto della nebbia, la disperazione l’avrebbe sopraffatta e il suo gesto non avrebbe più avuto senso; sarebbe morta ma non avrebbe mai visto né il sole né la luce. Solo grigio per l’eternità…

Chiuse gli occhi mentre si voltata, li chiuse per paura, per non vedere il vuoto. Li chiuse e rimase ferma ad aspettare.

E sentì la mano, sentì la mano prenderle un braccio e tenerla stretta, come Lui faceva spesso quando voleva proteggerla.

« Alice, ci sono io ora, non aver paura… vieni e lasciati aiutare».

Tenne gli occhi chiusi mentre allungava le braccia e veniva aiutata ad attraversare il parapetto e a tornare sul ponte. Li tenne chiusi anche mentre veniva abbracciata forte e mentre i suoi capelli, ormai umidi, venivano baciati dolcemente.

« Alice, ti prego, perdonami… perdonami se me ne sono andato, non sapevo cosa stessi facendo», sussurrava il Suo salvatore, « ho capito, in questi giorni di lontananza, che non potrei mai vivere senza di te, che non potrei mai pensare la mia vita senza la mia Alice… ti prego di potermi perdonare e di accettarmi ancora al tuo fianco…»

Alice pianse, singhiozzando forte, e abbracciando forte Lui, il suo amato.

Pianse ancora, con la testa appoggiata sul Suo braccio, mentre lui la guidava lungo il ponte e per le strade della città fino a casa Sua. Si fece accompagnare su per le scale, da sola non sarebbe stata capace nemmeno di restare in piedi.

In casa sentì le Sue mani toglierle il cappotto e asciugarle i capelli.

Sentì le Sue mani accarezzarla e piano piano spogliarla di tutti i suoi vestiti e di tutte le sue paure.

Voleva dirgli quanto era stata triste, quanto era stata disperata, voleva spiegargli tutto, ma le parole non volevano uscirle dalla gola e allora rimase in silenzio ad assaporare ogni Suo gesto, il Suo profumo e la Sua pelle sotto le sue mani.

Non voleva ancora aprire gli occhi, non voleva perché aveva paura di rovinare ogni cosa, aveva paura di rovinare quell’atmosfera di sogno e di magia che rendeva tutto ancora più bello. Avrebbe avuto il tempo di aprirli e di rivederlo, ne avrebbe avuto il tempo quando finalmente il sole avrebbe scacciato la nebbia e la sua guerra sarebbe stata vinta.

Si lasciò stendere sul letto e con ansia e avidità cercò i Suoi baci ed il Suo corpo. Voleva sentirlo vicino, dentro di lei, voleva fondersi in Lui e tornare ad essere una cosa sola. Voleva tornare a provare ciò che Lui le aveva già donato e voleva ricordarsi cosa volesse dire essere amata e amare…

Alice non seppe dire quanto durò il tutto, per quanto tempo si amarono. Forse minuti, ore, oppure giorni e mesi… non lo sapeva e non le importava nulla, sapeva solo di avere al proprio fianco Lui, che era tornato solo per lei e per vivere insieme. Lo sentiva respirare piano e regolare alla sua sinistra; di certo dormiva dopo averla amata più e più volte.

Alice sorrise dentro di sé, sorrise di scherno per la nebbia, che aveva perso, e per la sua vittoria totale e definitiva.

Sentiva dentro di sé il calore dell’amore che aveva ritrovato, anche se rabbrividiva per il freddo che le accarezzava la pelle.

Non importava, il freddo non le faceva più paura, non ora che aveva ritrovato il sole e i colori del mondo.

Era giunto il momento di aprire gli occhi, di vedere il suo amore disteso nella calma placida del sonno, vederlo e ammirarne il viso e il corpo.

Alice si voltò lentamente, la pelle raggrinzita per il gelo che sentiva, e finalmente aprì gli occhi.

E lo vide… lo vide e in un solo istante l’orrore la sopraffece, gettandola nella più cupa e oscura disperazione.

Vide la Sua bocca spalancata in un muto grido di dolore, vide i Suoi vestiti ormai quasi a brandelli fluttuare  lentamente impigliati in quella catena ricoperta di alghe, ma peggio vide i Suoi occhi, aperti e senza più vita né luce.

Alice urlò e l’acqua violenta e fredda le entrò nella bocca e nei polmoni, togliendole l’ultimo respiro e la vita…


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