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I
Le tenebre sono ormai calate un’altra volta su questa terra. Come un
pesante e oppressivo manto ricoprono tutte le vie, le case, le chiese
e le persone di questa grande città. Ma alte fiamme tra poco
illumineranno la cattedrale di Notre Dame e la gloria del Re. Le
grandi pire, già preparate dalla mattina, attendono senza scampo gli
ultimi rappresentanti di un ordine un tempo glorioso e potente. Tra
qualche ora gli abitanti di Parigi potranno vedere morire, arsi dalla
fiamma purificatrice, chi un tempo aveva giurato eterna devozione a
nostro Signore.
È il 18 marzo dell’anno 1314 e ormai tra poco Jacques di Molay,
Gran Maestro dell’Ordine dei Templari, morirà e con lui le ultime
vestigia di un ordine di cavalieri forti e possenti.
Moriranno portando con sé la verità. Verità che probabilmente non
li avrebbe salvati dall’ira e avidità di Filippo, ma che avrebbe
sicuramente scatenato un’altra Crociata, forse la più grande mai
effettuata.
La tremula fiamma della candela illumina le pergamene su cui sto
vergando queste parole. Il mio nome è Padre Jean, benedettino di
Parigi. A me è toccato il gravoso compito di raccogliere la
confessione dei Templari condannati a morte. Non era certo la prima
volta che dovevo ascoltare le ultime parole di un uomo. Ma per ciò
che incontrai in quelle celle no, non ero preparato. Più di una volta
ho dovuto pregare Dio affinché mi desse il coraggio di continuare.
Forse dovevo andarmene finché ero in tempo, rifiutare il mio
incarico, ma rimasi e solo ora mi rendo conto delle conseguenze che
dovrò subire tutta la vita. Mi aspettavo uomini sull’orlo della
disperazione, invece trovai nobili combattenti alla loro fatale
battaglia. In tre giorni ho ascoltato la difesa appassionata di Molay,
ancora convinto di poter salvare l’Ordine dalle ignobili accuse di
eresia. Ho cercato di lenire la cupa rassegnazione di Geoffroy de
Charnay, deciso a morire al fianco del suo Gran Maestro come sul campo
contro i Saraceni. Ma anche se straordinari, non furono questi due
uomini a colpirmi. Ciò che mi lasciò per tragiche ore senza parole e
in preda a profondi turbamenti fu la confessione di un giovane
cavaliere, Pierre de Lion. La sua storia, protetta dal segreto del
confessionale e dalla parola che io diedi, resterà per sempre chiusa
nel mio cuore. Mi rendo conto fin da ora che sarà un fardello troppo
pesante per la mia povera Anima. D’altra parte mi è proibito
confidarmi con chiunque. E ormai non so di quale tra i miei
confratelli possa fidarmi. Penso che l’unico rimedio sia di affidare
le ultime parole di Pierre alla pergamena. Forse un giorno, spero
molto dopo la mia morte, qualcuno troverà i miei miseri resti. Tra
essi ci sarà anche questa pergamena. Così, dopo la loro distruzione,
i Templari potranno forse ricevere una giusta vendetta. Forse il loro
Ordine potrà risorgere dalle ceneri più forte che prima e riportare
la giustizia in questo mondo.
Le mie orecchie possono ora sentire i canti religiosi che accompagnano
i vespri, recitati nella grande cattedrale. Normalmente al suo
interno, inginocchiata in preghiera, si sarebbe potuta scorgere la mia
vecchia e gracile figura. Non oggi. Oggi ho paura. Sono terrorizzato.
So in quale abisso di corruzione è caduta la Santa Chiesa, e quali
atrocità possono venir commesse in suo nome. Non so neanche se
riuscirò ancora ad avvicinarmi ad un altare per pregare Dio, quel Dio
che sta permettendo questo abominio. Tutto ciò in cui credevo
fermamente si è rivelato fragile e probabilmente una mera chimera,
abbattuta da nuove e profonde e terribili verità. L’unica mia
consolazione è il sapere questi segreti protetti e custoditi da
uomini eccezionali, la cui tenacia e forza di spirito assicura all’umanità
sonni tranquilli. Sonni nella più completa ignoranza, ma di certo
liberi da terribili e angoscianti incubi.
Improvvisamente sento le campane di Notre Dame zittirsi. I loro cupi e
profondi rintocchi svaniscono nel nulla. Un innaturale silenzio cala
sulla mia piccola cella, rendendola ancora più piccola. Un senso di
angoscia opprime il mio già agitato animo. Vorrei fuggire, urlare con
tutto il fiato la mia paura, ma non posso. Devo continuare, ho
promesso. Ma non so se ce la farò; dove potrò mai trovare la forza
necessaria?
Il mio sguardo vaga febbricitante alla ricerca di qualcosa che lo
consoli. Dal piccolo tavolo su cui sono posate la pergamena
ingiallita, la penna sfilacciata, il calamaio ed una consunta candela
si sposta percorrendo i sudici muri incrostati dall’umidità. Per
poi fermarsi distrattamente sul povero e squallido pagliericcio che
ogni notte accoglie nel riposo il mio povero corpo malandato.
Infine giunge a posarsi
sull’inginocchiatoio e sul Crocefisso che lo sovrasta.
Quante volte il solo osservarlo mi ha donato pace e tranquillità?
Ma non ora; ora sento nascere in me rabbia ed indignazione. Rabbia per
ciò che sta accadendo, indignazione perché nulla di quello che è ed
era in mio potere ha potuto impedirlo o fermarlo.
Improvvisamente il silenzio, così come era nato, muore; sopraffatto
dal suono di molte voci. Molte voci che mi giungono mentre intonano
gravosamente il “Dies Irae”. Vorrei affacciarmi alla finestra a
rendere l’estremo tributo ai Templari, ma con che coraggio potrei
guardare negli occhi questi uomini? Uomini che stanno per essere
giustiziati per il capriccio di un sovrano e per l’inettitudine di
un Pontefice? Non posso certo guardare le rosse fiamme elevarsi al
cielo mentre la vita fugge dai cavalieri. No, non posso. Forse più
tardi mi recherò a pregare sul luogo del loro martirio, ma ora devo
continuare a scrivere.
La mattina del 17 marzo mi recai per la terza volta nella Sainte
Chapelle del Palais Royal dove erano rinchiusi i tre infelici. Era
appena sorto il sole quando sentii dei pesanti colpi alla porta della
mia cella. Spaventato mi svegliai di soprassalto, ma ben presto mi
ricordai del mio importante impegno. Chi aveva bussato erano i soldati
che mi avrebbero scortato dai Templari. Mi alzai dal freddo giaciglio
e mi avviai alla porta. Lentamente e con un forte stridore si aprì,
rivelando quattro uomini in armatura. Le lunghe cotte di maglia
coprivano i loro petti, mentre pesanti elmi proteggevano le loro
teste. Al loro fianco portavano una spada. Unico simbolo di
riconoscimento: il bianco giglio, simbolo del nostro Sovrano, impresso
sui loro mantelli e sui loro scudi.
Come sempre si fecero da parte per permettermi di passare.
Poi mi avrebbero accompagnato ed infine mi avrebbero atteso al di
fuori della cella dei cavalieri, pronti ad intervenire in caso di
bisogno.
Restai immobile ad osservarli. I minuti scorrevano lenti.
Uno di loro, forse spazientito, si lamentò a voce alta della lentezza
dei vecchi.
Feci finta di non sentirlo e cominciai a riordinare la stanza. Mi
sentivo a disagio nel vederli lì. Non riuscivo a capire perché mai
avrei dovuto temere qualcosa. Anzi pensavo che da solo non avrei
attirato l'attenzione di nessuno, anzi sarei passato inosservato.
Quanti monaci passeggiano per le vie di Parigi per portare conforto
alla gente? Molti.
Invece no, dovevo seguire quei soldati e così rischiare di attirare
l'attenzione di chiunque volesse riscattare i Templari.
Interruppe il filo dei miei pensieri un soldato, che entrando nella
stanza, disse:
- Padre, avete bisogno d’aiuto?-
Mi voltai e lo osservai. Nell’entrare si era tolto l’elmo e lo
reggeva con la mano destra. Potei così vederlo in volto.
Dimostrava circa quarant’anni, rossi capelli e barba ben curati,
occhi verdi e lineamenti duri. La guancia sinistra era percorsa da una
lunga cicatrice, che partendo da sopra l’orecchio, finiva ai lati
della bocca. Il portamento era fiero e l’espressione calma. Ma gli
occhi tradivano ansia e rabbia.
- Avete detto qualcosa figliolo?-
Per un istante una smorfia di insofferenza oscurò il suo viso. Poi si
ricompose e disse:
- Ho chiesto se avete bisogno d’aiuto, Padre.-
- Grazie tanto figliolo, ma posso fare da solo…Anzi se poteste
cambiare la paglia dal mio giaciglio e poi portarmi dell’acqua
pulita ve ne sarei veramente grato.-
Sapevo che avrei offeso il suo orgoglio con quelle richieste, ma
volevo che se ne andassero.
Il soldato non si mosse, mi guardò con uno sguardo carico d’odio e
poi esclamò:
- Padre, siamo qui per scortarvi a compiere il vostro dovere presso i
tre condannati a morte. Abbiamo l’ordine di portarvi da loro. Quindi
o venite con noi, oppure dovremo riferire al vostro Cardinale, Padre
de Forges, che rifiutate di obbedire. A voi la scelta.-
Mentre ancora stava finendo di parlare, capii che non avevo scelta. La
loro presenza era autorizzata dal Cardinale de Forges, Grande
Inquisitore di Francia. Era lui l'uomo che aveva distrutto l'ordine
templare. Le sue pesanti e vili accuse avevano permesso di torturare,
straziare ed uccidere centinaia di uomini. Uomini la cui colpa fu
soltanto di credere nella Giustizia, nella Carità ma soprattutto
nella Verità.
Sapevo che avrei dovuto seguirli. Se non lo avessi fatto avrei
attirato su di me l'ira del Cardinale. E sarebbe stata la fine.
Senza parlare preparai l'occorrente. Presi la mia bibbia, il
crocefisso e l'acqua santa. Infine uscii dalla stanza, guardai il
soldato e dissi:
- Sto aspettando solamente voi, soldato.-
Il tono con cui avevo appena pronunciato quelle parole era gelido. Lo
capì e compresi che quell'uomo mi avrebbe odiato per tutta la vita.
Nulla di tutto quello mi importava. Dovevo pensare a come avrei potuto
consolare quei tre disgraziati.
Così seguii meccanicamente i soldati al di fuori del convento e lungo
le strade di Parigi. La grande città era ancora addormentata e i
primi raggi di sole illuminavano le alte guglie della cattedrale. I
suoi inquietanti doccioni lanciavano esoteriche occhiate su tutta la
Francia. Camminammo velocemente per le strette strade che ci
separavano dal Palais Royal. I soldati sembravano aver paura di
qualcosa. Continuavano nervosamente a guardarsi intorno. Solo più
tardi compresi che temevano un possibile attacco da parte di altri
templari, sfuggiti alla vendetta del Re. Ora so che non corremmo alcun
pericolo. Nessuno ci avrebbe attaccato. Tutti i Cavalieri del Tempio
avevano accettato con dignità il loro destino. In breve giungemmo
dinanzi al grande cancello del Palazzo. Le otto guardie che lo
presidiavano si affrettarono ad aprirlo e a chiuderlo subito dopo il
nostro passaggio. In breve ci trovammo nel grande cortile dove Re
Filippo soleva passeggiare con la sua corte. Alla
nostra sinistra si apriva un grande passaggio che conduceva,
attraverso una volta, dinanzi alla Sainte Chapelle. Così per la terza
volta mi trovai ad ammirare da vicino quel capolavoro che il Santo
Luigi aveva fermamente voluto trent'anni prima. E come ogni volta che
osservavo quel capolavoro dell'arte, restavo senza fiato. Le enormi
vetrate che sostituivano le pareti, i sottili pilastri compositi,
l'elaborata torre slanciata verso il cielo, tutto lasciava intendere
la grazia di Dio. Ma per tre uomini quello significava solo la
prigionia e la morte. Qui, nella Cappella Inferiore della Sainte
Chapelle, gli ultimi Templari attendevano la loro fine. Le guardie mi
condussero dinanzi alla porta che mi avrebbe introdotto al cospetto
dei tre. Il comandante della mia scorta tolse i pesanti saliscendi ed
finalmente la aprì. Lo osservai un momento ed infine mi decisi ad
entrare. Obbligai i miei svogliati piedi a calpestare ancora una volta
le pesanti lastre tombali che costituivano il pavimento di quel
locale. Alle mie spalle la porta venne richiusa. Ero solo coi tre. Non
avevo paura. Nessuno di loro aveva cercato di minacciarmi o di farmi
del male, ma il timore si impadroniva lo stesso della mia anima. Alla
pallida luce filtrante da una piccola feritoia potei notare meglio i
tre reclusi. In piedi di fronte alla finestra due uomini stavano
parlando tra loro. Il più vicino a me era alto, imponente ed aveva
barba e capelli neri percorsi ormai da bianche striature, segno che
anche per lui l'età saliva senza rimedio. Anche se sudicio e
denutrito, portava sul suo volto i segni di una nobiltà che niente, o
nessuno, avrebbero potuto cancellare. Era Jacques di Molay, ultimo
Gran Maestro dei Templari d'Occidente.
L'altro uomo era di una bellezza disarmante. Di età indecifrabile
aveva capelli biondi e due penetranti occhi azzurri, che riuscivano
però a donare dolcezza ovunque avessero deciso di posarsi. I suoi
gesti erano misurati ed aggraziati e la sua voce aveva un tono calmo e
posato. Sapevo ormai che era il nobile Geoffroy de Charnay, Precettore
di Normandia, aiutante e fedele compagno di Molay.
L'ultimo dei tre era sdraiato su di una panca. Sembrava stesse
dormendo. I suoi occhi erano chiusi e il petto si muoveva
ritmicamente. Lo osservai per un momento. Provai ad immaginare
l'eccitazione che doveva averlo travolto quando divenne un Cavaliere
del Tempio e la paragonai allo stato d'animo che doveva avere in
questi istanti. Tragico destino aveva riservato la vita a questo
giovine cavaliere. Soltanto da pochi anni lo scorrere del Tempo aveva
fatto spuntare bruni peli sulle sue lisce guance e già avrebbe dovuto
dire addio a tutto questo. Addio alla vita, al sole, all'aria, al
mare, a tutto.
Ma io avevo un preciso compito da svolgere e il tempo stava passando.
Decisi di non perderne altro.
- Che la pace di Dio sia con voi, figlioli.-
Sentendo la mia voce, i due uomini si voltarono incontrando il mio
sguardo.
Appena mi vide, Molay si inginocchiò e chiese la mia benedizione.
- Padre, voi siete l’unico che ascolterà veramente le nostre
parole. Non vi chiedo di crederci, non vi chiedo di dubitare dei
vostri superiori, ma guardateci e giudicate se noi, e con noi tutti i
Cavalieri del Tempio, abbiamo potuto compiere gli atti ignobili di cui
ci accusano. So che la morte si avvicina, e mi preparo a morire da
Gran Maestro di un ordine così valente, ma vi prego di conservare la
storia che ci ha fatto giungere sin qui -, disse mentre mi teneva le
mani.
- Jacques di Molay, alzatevi. Anche se accusato di atti eretici, avete
sempre li diritto di ricevere la benedizione di nostro Signore. Sarà
lui a giudicarvi per ultimo.-
Molay mi guardò fisso negli occhi. Rimasi colpito dalla fermezza che
scorsi in quello sguardo. Era lucido, ma non di lacrime. A quel punto
si alzò, mi voltò le spalle e raggiunse Geoffroy che si trovava
ancora dove l'avevo visto appena entrato nella Cappella. L’alto
dignitario si volse verso il suo superiore e mormorò con voce
solenne:
- È quasi giunta l’ora. Tra pochi giorni saremo arsi vivi, ma è il
nostro destino. Sono orgoglioso di morire al fianco di un uomo come
voi. Da quando ho deciso di mettere nelle vostre mani la mia vita, non
ho avuto rimpianti. Di fronte ad una scelta, se continuare a vivere o
rifare ciò che ho fatto fin ora, non esiterei a scegliere. Sono un
Templare e tale resterò, nella vita e nella morte.-
Ero immobile. Le parole appena ascoltate mi avevano turbato. Mille
dubbi stavano nascendo nella mia mente. Potevano essere veramente
colpevoli uomini capaci di correre incontro alla falce della morte con
la spada in pugno? Non sapevo cosa pensare.
Nel frattempo i due uomini si erano abbracciati. La poca luce
filtrante nell'edificio illuminava i loro pallidi volti, segnati dalle
torture. Le loro tuniche, un tempo candide al sole del deserto, erano
ora sudicie e strappate in più punti. Nulla, se non il loro sguardo
indomito e coraggioso, poteva far credere che un tempo fossero
cavalieri, abituati a combattere per difendere la Chiesa, che ora li
accusava e li condannava.
Come poteva il dubbio non penetrare il mio Spirito?
Come potevo restare freddo e insensibile di fronte a quegli
sciagurati?
Non potevo, dovevo concedergli, anche se era difficile, un margine di
speranza, mostrar loro che forse potevo credere alle parole che avevo
più volte sentito. Forse questo sarebbe servito a rendere meno amaro
il momento della loro morte.
Restai fermo, immobile, per qualche minuto. Immerso com’ero nelle
mie riflessioni non mi rendevo quasi conto di ciò che capitava
attorno a me.
Improvvisamente qualcuno mi toccò il braccio. Sussultai spaventato e
volsi i miei occhi verso la persona autrice di quel repentino gesto.
Incontrai così il viso triste e melanconico del giovane Pierre. I
suoi dolci lineamenti, donati dalla giovinezza, ancora potevano
distinguersi sotto i tratti tirati di quella maschera di dolore che
aveva per volto.
Senza che me ne fossi accorto si era alzato e mi si era fatto
appresso.
- State bene, Padre?-, mi chiese con voce bassa.
Nelle sue parole colsi un velo di preoccupazione e affetto.
- Certo figliolo, stavo pregando per le vostre anime, per la loro
salvezza.-
Non state a pensare i motivi per cui io mentii, ma ancora una volta
non volevo credere che tutto ciò a cui avevo assistito in quei giorni
funesti non era altro che un deliberato massacro. Non potevo credere
che gente votata a Dio potesse compiere un atto sì empio e malvagio.
Un forte vociare confuso comincia a sentirsi sotto la mia finestra.
Già me li immagino, una moltitudine di onesti cittadini e credenti
parigini, in attesa di poter vedere l’agnello immolato a Dio.
Desiderosi di veder gente morire atrocemente, per considerarsi
virtuosi e puri al loro confronto. Per alcune ore diverranno
dimentichi di essere essi stessi peccatori, diverranno angeli
vittoriosi sui demoni.
O Essere Umano, quali cose sei capace di compiere per la tua presunta
grandezza!
Ma sono conscio di divagare troppo. È tempo che torni al mio compito
di narratore. Anche se le mie ossa sentono un profondo e inquietante
gelo, devo resistere finché la mia malferma mano possa scrivere la
parola “Fine”.
Dopo aver pronunciato quelle parole vidi il giovane cavaliere farmisi
incontro, inginocchiarsi e, chinato il capo, mormorare:
- Pregate per me. Ho bisogno di coraggio per affrontare queste prove.
Ciò che subirò forse sarà troppo grande per la mia anima.-
Lo guardavo, colmo di tristezza, e non potei fare a meno di notare due
solitarie lacrime rigargli le lanose guance. Mi chinai e, prendendogli
le mani, lo aiutai a rialzarsi.
Nel frattempo Geoffroy de Charnay si era avvicinato e, dopo avermi
gentilmente scostato, abbracciò il ragazzo. Se non fossi stato solo a
qualche metro non avrei sentito le parole che gli disse, tanto le
sussurrò al suo orecchio.
- Sei ancora in tempo a salvarti. Proclamati colpevole di tutte quelle
fandonie. Sei giovane e nessuno pretende questo sacrificio da te.
Potrai servire l’ordine in altri modi e in altre situazioni. Se
vuoi, vai. Nessuno di noi ti biasimerà, né ti considererà vile o
codardo. Ma se decidi di restare, comportati come sai che un Templare
si comporterebbe. Sia in galera, che di fronte ai Saraceni.-
Con un grande sforzo di volontà, Pierre smise di piangere, rialzò il
capo verso il suo amico e, con voce rotta ma decisa, esclamò:
- Chiedo perdono a voi, mio Signore, e a voi Gran Maestro se per un
solo momento ho ceduto alla paura. Ho scelto personalmente di
accompagnarvi perché credevo e credo nei Sacri Ideali che ci animano.
Non vi lascerò per alcun motivo. Non lascerò che il mio onore venga
macchiato da una fuga ignobile. Sono un Cavaliere Templare e mai
abiurerò questo titolo.-
Un lieve sorriso apparve sul volto del cavaliere più anziano, mentre
Molay restava immobile ad osservare un punto imprecisato
dell'edificio. Il suo atteggiamento mi stupiva. Sembrava un generale
intento a preparare i piani per una battaglia decisiva. Una battaglia
in cui avrebbe dato la vita.
Ma per che cosa?
Non riuscivo a capire il motivo per cui continuassero a proclamare una
Verità in cui nessuno più credeva. La gente odiava ormai i Templari.
Erano passati i tempi in cui si infiammava ai racconti delle epiche
gesta dei bianchi cavalieri in terra d'Arabia. Ora ne volevano
soltanto il sangue. Volevano che venissero cancellati dal creato,
volevano vederli soffrire, piangere, implorare la grazia ed infine
morire atrocemente. Nessuno era più con loro. Nessuno avrebbe unito
la sua voce alla loro. Eppure Molay continuava imperterrito;
continuava ad urlare a tutta la Francia e a tutto il mondo che lui ma
soprattutto i Templari erano innocenti.
Lo ammiravo e lo temevo per questo suo atteggiamento. Lo ammiravo, e
lo ammiro ancora, perché mai ha smarrito il coraggio di affrontare un
destino certo. Lo temevo perché il suo atteggiamento continuava a
rendermi meno sicuro su quale fosse la verità.
Come potevo portare loro il conforto di Dio e mi trovavo in quello
stato?
Come potevo cercare di donargli un po’ di serenità se ero io stesso
roso dall’indecisione?
A rompere il mio indugio fu la voce del Gran Maestro, che giunse
violentemente a infrangere il silenzio in cui mi ero calato.
- Avete parlato bene, Cavaliere. Prima che semplici uomini, noi siamo
Cavalieri del Tempio. Su di noi si raccontano infamie ed eroismi.
Dimenticate le prime e ricordate solo i secondi. Come lottammo per non
perdere Gerusalemme e cederla agli infedeli, così ci batteremo oggi
per difenderci dal nostro ultimo e forse più temibile nemico. Senza
paura continueremo per la nostra via. Sempre per far fede alla nostra
promessa. Ricorda la nostra regola, dettata dal pio Bernardo di
Chiaravalle: “Maria presiedette al principio del nostro ordine, ne
presieda anche, se questa sarà la volontà del Signore, la fine”. E
ti assicuro che questa non è la fine. Anche oggi la Santissima
Vergine Maria ci protegge e veglia su di noi. Sarà lei ad accoglierci
in Paradiso. Ma ciò non vuol dire che dobbiamo rassegnarci come delle
donnette. No, siamo cavalieri e come tali ci dobbiamo comportare. Vi
hanno insegnato a non fuggire i problemi ma ad affrontarli. Bene,
affronteremo questa nostra ultima prova. Lotteremo non più impugnando
il ferro mortale, ma impugnando una più forte e duratura arma: la
Verità!-
- Quale verità?- chiesi meccanicamente.
Molay mi guardò attentamente, si avvicinò e riprese:
- Per voi la Verità dovrebbe essere quella del Pontefice, o
cominciate a dubitare della Sua parola?-
Capii che l’uomo dinanzi a me aveva pienamente compreso il mio
turbamento. Decisi di non nascondere nulla. A quel punto sarebbe stato
solamente un atto di vile orgoglio. Non potevo permettermelo.
- È vero, Venerabile Cavaliere. Prima di entrare due giorni or sono
in codesta cella, pensavo che avrei trovato uomini distrutti che
avrebbero implorato pietà. Mi sbagliavo. Ho trovato uomini coraggiosi
e determinati a sfidare la morte per difendere ciò che dicono essere
la Verità. Come posso non dubitare? Solo Nostro Signore è
infallibile, io no.-
Non so quale effetto ebbero queste mie parole sul Gran Maestro, ma so
quello che accadde poi.
Mi posò dolcemente una mano sulla spalla ergo riprese a parlare.
- Padre, so che siete un bravo e onesto servo di Dio. Non vi chiedo di
non credere ai prelati della vostra Chiesa. Sarebbe un atto di
presunzione da parte mia. Vi chiedo solamente di ascoltare perché
siamo giunti a questo. Scoprirete perché, per quale motivo, andiamo
incontro alla morte serenamente e perché possiamo difenderci solo con
le nostre parole. Alla fine della storia saprete la nostra Verità.
Starà a voi, nel vostro animo, decidere chi sia nel torto e chi nella
ragione. Prima però dovrete promettermi che mai svelerete ad alcuno,
per nessun motivo, quello che sentirete dalle nostre labbra.-
Non sapevo cosa fare. Di certo, uscito da quella cella, sarei stato
interrogato dai funzionari del Re e dal Cardinal de Forges. Sapevo che
bramavano di conoscere i possibili segreti che uomini vicini alla
morte avrebbero potuto confidare ad un monaco. Sapevo anche che avrei
probabilmente raccontato tutto a chi era più potente di me. Quindi
non avrei dovuto promettere nulla. Ma la curiosità mi divorava e
così promisi di non svelare ad anima viva ciò che avrei sentito.
Molay parve soddisfatto, si volse verso il giovane Pierre, gli fece un
lieve cenno col capo e quindi si sedette sulla panca.
Restai immobile in attesa.
Fu allora che Pierre de Lion cominciò il racconto.
Grafica by Robin 2007 |