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II - La storia che tra poco sentirete, Padre, nessuna persona in queste maledette terre d’occidente può dire d'averla mai ascoltata. Sarà quindi inutile cercare una conferma alle nostre parole. Anche tra i nostri confratelli. Noi tre siamo gli unici ancora vivi a conoscerla. Nessun documento, nessuna pergamena, nessuno scritto furono mai vergati per conservarne la memoria. Dovrete semplicemente giudicare la nostra sincerità, essa è l’unica cosa che possa garantire che la menzogna non parla per bocca mia.- - Come posso essere sicuro che la vostra favella non sia portatrice di menzogne?-, interruppi con veemenza. Il giovane Pierre rimase alcuni attimi in silenzio. Ciò permise a Molay di parlare. - Non avrete mai prove, Padre. Non sarete mai sicuro della veridicità della nostra storia.- - Perché allora volete che io vi ascolti? Come pretendete di attirare la mia attenzione se so che potreste raccontarmi una favola?- Molay mi guardò con uno sguardo gelido. Il suo viso, fino ad ora calmo, si animò con un’espressione irosa. Si alzò. Lo osservai spaventato anche se cercavo di apparire un degno avversario da sfidare. - Per secoli a valorosi guerrieri venne chiesto di sacrificare la loro vita, la cosa più preziosa, per impedire alla menzognera fede nemica di travolgerci. Innumerevoli cavalieri caddero generosamente per difendere la Vostra Chiesa e Fede. Ora a noi, noi tre, è chiesto un sacrificio analogo. Ma non più nel deserto. Non più contro gli Arabi Infedeli. Bensì qui, a Parigi, contro i Cristiani Infedeli. Non posso spiegarvi tutto in due parole, né posso pretendere che capiate. Posso solo chiedervi di ascoltare.- Lo guardai. Ero deciso ad ascoltare sin dall’inizio, ma volevo anche metterlo alla prova. Volevo vedere quanto ardore ci fosse nelle sue convinzioni. E me lo stava mostrando. Ma per esserne totalmente sicuro decisi di provocarlo un’ultima volta. - Siete sicuro che le vostre non siano solo chimere dietro cui nascondere le vostre colpe?- Non so dire che luce colsi nei suoi occhi. Forse un lampo omicida, ma soprattutto grande disperazione. Lo vidi sedersi e prendersi la testa tra le mani. La sua voce era solo un sussurro. - Ho sbagliato, credevo che voi poteste essere diverso. Pensavo che voi non foste ipocrita come chi vi manda qui. Ma mi ingannavo. Anche voi siete così ipocrita da affermare con veemenza che la Verità è in Dio, che solo la conosce, per poi invece agire come se voi conosceste tutto e aveste in mano la Conoscenza pura. Andatevene ora, non voglio più vedervi.- Rimasi colpito e quasi offeso da quelle parole. Ma sapevo che la colpa era solo mia. Capivo con che angoscia venivano pronunciate. E mentre Geoffroy consolava l’amico mi avvicinai e dissi: - Nobile e valente cavaliere, io vorrei ardentemente credere alla vostra innocenza. Ma conosco poche cose di voi e dei motivi per cui siete qui. Scusate la mia mancanza di sensibilità. Chiedo il vostro perdono e vi chiedo umilmente di continuare a narrare la storia per cui mi avete trattenuto.- Vidi Geoffroy sussurrare qualcosa al Gran Maestro e venire allontanato con un gesto malevolo. Lentamente il nobile cavaliere si alzò e si portò di fronte a me. I suoi occhi erano velati dalle lacrime, ma la sua voce era ferma e non tradiva la minima emozione. - Non sono io che devo perdonare, lo sapete meglio di me. È il Dio in cui credete che deve perdonarvi. Per me è ormai troppo tardi perché possa portare rancore per qualcuno. Ma se volete che Pierre continui, dovete farlo a modo mio. Dovete stare zitto, non interrompere e ascoltare attentamente. Queste sono le mie condizioni. Le accettate?- Annuii lentamente con il capo. Solo allora vidi la sua espressione rasserenarsi e sorridere. Sembrava così fragile, ma sapevo che l’apparenza ingannava. Sapevo che forza d’animo e che tenacia si nascondevano sotto quella nobile figura. In fondo al mio cuore lo ammiravo. Ammiravo il suo coraggio e la sua determinazione. La sua calma quasi sovrumana in una situazione che avrebbe fatto impazzire molti altri uomini. Continuando ad osservarlo lo vidi abbracciare Geoffroy e poi dire a Pierre: - Continua pure.- Con un cenno d'approvazione il giovane cavaliere riprese: - Tutto quanto cominciò a Gerusalemme nell’anno del Signore 1180. In quel tempo la Città Santa era governata dal Re Latino Baldovino IV, un saggio e valente giovane che la lebbra stava divorando, ma desideroso di vedere la Terra Santa cristiana. Il nostro ordine gli dava l’appoggio necessario. Come di certo sapete la nostra sede era nella massiccia fortezza del Tempio di Gerusalemme. Su questo possente maniero sventolava il bianco vessillo con la croce vermiglia, terrore dei soldati arabi. Mai come allora i Templari erano amati e temuti. Centinaia di nostri castelli difendevano la Terra Santa, strappata agli infedeli a costo di molte giovani vite. Ma non di soli eroici guerrieri era composto il Tempio. Anche valenti studiosi, saggi monaci, occultisti, alchimisti e filosofi vestivano la bianca tunica. Anche loro contribuivano alla nostra causa. Ma non di spada erano armati, bensì di penna. Non partecipavano a nessuna battaglia, non sfidavano i nemici in campo aperto. Studiavano codici, scritti, reperti e leggende. In questo modo cercavano la verità. Cercavano di comprendere, sempre che esistesse, quale profonda verità era alla base di tutte le culture, filosofie e religioni in cui l’uomo avesse mai creduto nel corso della sua storia. Si voleva capire se l’uomo potesse infine conoscere questa Verità. Se l’uomo potesse scalare le immensità celesti per salire nell’Empireo e comprendere il Divino. Non parlo del Dio Cristiano, parlo di un qualunque essere divino. Vi prego di rinunciare alle Vostre obiezioni teologiche, Padre, il tempo fugge e non possiamo fermarlo. Lasciatemi continuare liberamente. Fu nel mese di Agosto di quell’anno che attaccammo un monastero arabo. Caduto in rovina decenni prima era ora il covo di feroci predoni che tanti problemi davano alle nostre città. Più di una volta avevano distrutto e razziato le carovane che portavano le merci nelle città. In poche ore eliminammo i banditi e conquistammo il loro covo. Con grande sorpresa, oltre al bottino accumulato dai furfanti, trovammo centinaia di strani cilindri metallici, ricoperti di iscrizioni. Li asportammo e li trasportammo a Gerusalemme. Per mesi vennero studiati. I più esperti dei nostri linguisti non avevano mai visto un simile tipo di scrittura. Caratteri formati da linee curve simili all’arabo e da cunei come la lingua degli antichi sumeri, si miscelavano per creare segni armoniosi ma privi di significato. Un senso di angoscia pervadeva ormai la nostra anima. Ci eravamo scontrati con qualcosa che non riuscivamo in nessun modo a comprendere. Decidemmo di abbandonare gli studi circa quegli strani manufatti e tornare ai vecchi studi. Passò così un anno circa. Gerusalemme prosperava sotto la nostra protezione, ma giungevano notizie allarmanti dai regni degli Infedeli. Le spie del Re e del Tempio portavano notizie incerte di un grande esercito che il Saladino stava addestrando per conquistare la Città Santa. Il nervosismo tra i dignitari di Corte raggiunse livelli esagerati. Molti chiedevano di indire una nuova crociata. Per questo emissari del Re viaggiarono sino alle corti di Francia, Germania, Inghilterra e persino dal Papa per chiedere aiuti. Ma l’Occidente aveva ormai perso ogni interesse nella Terra Santa. Ormai i Regni Latini d’Oriente non davano garanzie di guadagni. La disperazione era nell’aria. I nobili si sentivano abbandonati dalle loro patrie natali. Per noi, in verità, una nuova crociata sarebbe stata disastrosa. Un’invasione di rudi soldati ignoranti avrebbe potuto distruggere il nostro lavoro e il nostro progresso. D’altra parte anche la perdita di Gerusalemme avrebbe potuto significare la fine dei nostri sforzi. Ma il pericolo sembrava ancora lontano. Il Capitolo, presieduto dal Gran Maestro Arnaud de Torroja, decise di intensificare le attività di spionaggio nel regno di Saladino. La decisione finale sarebbe stata presa solo dopo aver avuto notizie certe sulla forza araba. Però dovevamo prepararci a qualsiasi evenienza. Per questo venne preparato, nei minimi dettagli, il trasferimento della nostra sezione di studiosi presso il Tempio di Acri, città di certo meglio difendibile. Fu proprio nel sistemare i reperti nei sotterranei del Tempio di Gerusalemme che avvenne una strana coincidenza. Un nostro fratello stava sigillando in grandi casse i rotoli metallici ormai quasi dimenticati. Doveva prenderli uno ad uno ed avvolgerli in pesanti teli di lino, al fine di proteggerli dagli urti che avrebbero subito nel trasporto. Ma il fato forse lo stava osservando. Maneggiandone con curiosità uno, scoprì che agendo su alcuni dei segni il tubo metallico si apriva rivelando al suo interno un rotolo di pergamena. Svolgendola con cura notò molti brani scritti nella lingua araba. Subito avvisò della scoperta. In un attimo aprimmo tutti i rotoli e i nostri studiosi cominciarono a leggere quelle pagine. Ma lasci che le descriva che pergamene trovammo. Sembravano vecchie di alcuni secoli e l’inchiostro con cui erano vergate era rossastro. Le lettere brune erano state vergate da anonime mani con grafia incerta e a volte quasi illeggibile. Ci volle poco tempo per scoprire a quale eccezionale documento ci trovavamo dinanzi. Capimmo subito il grande valore di ciò che avevamo nelle mani e le possibilità che si aprivano alla nostra ricerca. Ci trovavamo di fronte ad una copia araba del famigerato “Al Azif”. Capisco dalla vostra espressione che questo nome non vi dice nulla. Lasci che le spiega in poche parole cos’è. Questo testo, compilato dall’arabo pazzo Abd Al Azrad è il più potente libro occulto che occhi umani abbiano visto. Solo di nome lo conoscevamo e solo pochi brani erano giunti a noi. Ma mai dell’originale. Avevamo avuto modo di salvare alcune pagine della sua traduzione in greco, nota col nome di “Necronomicon”, e dell’omonima traduzione latina. E già quelli avevano attirato la nostra curiosità e il nostro terrore. Potete immaginare quali emozioni invadevano i nostri cuori. Vennero abbandonati tutti gli altri progetti e tutti gli sforzi si concentrarono sulla decifrazione, traduzione e acquisizione del leggendario testo. Ma Gerusalemme non era più sicura. L'attacco del Saladino avrebbe potuto vanificare i nostri sforzi. Per fare questo si decise di anticipare il nostro trasferimento ad Acri, dove saremmo stati guidati nelle ricerche dal Vescovo Eraclio, custode della Vera Croce. Pur non essendo un Templare egli conosceva i nostri studi e più di una volta avevamo collaborato. Nel frattempo il nostro Gran Maestro Arnaud de Torroja morì e venne eletto a quella carica Gerard de Riderfort, valente guerriero ma poco saggio e ambizioso. Ma le disgrazie erano cominciate. Il Re, sempre più malato, non poteva fermare gli intrighi di corte per il successore. Intrighi che raggiunsero il culmine alla morte del Re Baldovino IV e del suo erede, il piccolo Baldovino V. Con il nostro vergognoso appoggio venne eletta Regina Sibilla, sorella di Baldovino IV, mentre l’Ordine dell’Ospedale non ne riconosceva l’autorità. Questa divisione portò all'indebolimento della Terra Santa e dei suoi difensori. Chi comandava cercava solo la ricchezza ed il potere, e non la gloria di Dio e la Pace. E per Gerusalemme si avvicinava la fine. Il Saladino stava marciando con il suo esercito e nulla poteva fermarlo. Forse avremmo potuto ritardare l’inevitabile, ma eravamo comandati da un inetto. Centocinquanta cavalieri Templari vennero trucidati vicino a Seforia, perché Riderfort aveva deciso un attacco contro una colonna araba. Inutile dire che il Gran Maestro scampò a questa tragedia. I nostri saggi, nel frattempo, continuavano nel loro impegno. Dallo studio approfondito delle pergamene giungemmo a localizzare il luogo ove sorgeva Irem, la fantastica e leggendaria “città dalle mille colonne”. Città dove Al Azrad aveva appreso tutte le sue conoscenze circa la mitologia degli Antichi, potenti e malvagi dei che governarono il mondo e tutto l’universo migliaia di anni fa. Di questo venne informato il Gran Maestro. Non avremmo dovuto farlo. La notizia lo colpì molto e capì subito come doveva agire. Se da un lato avrebbe organizzato la difesa ad oltranza di Gerusalemme, dall’altro avrebbe organizzato una spedizione segreta per appurare l’esistenza di Irem. Nella sua mente aveva già preparato chissà quali scellerati piani per utilizzare ciò che avremmo appreso per la sua gloria personale. Però dovevamo obbedirgli. Il Capitolo lo aveva eletto e lui era il nostro supremo comandante. Dopo alcuni mesi, all’inizio del mese di Settembre del 1186, trenta cavalieri partirono alla ricerca della città perduta, seguendo le farneticanti indicazioni di un pazzo. Il loro fu un viaggio estenuante. Passarono settimane intere nel mezzo delle roventi sabbie del deserto, sfidando predoni, tempeste, ma soprattutto la sete. La sete, rapace demone che calava sopra di loro ogni giorno passasse. Ma la loro tenacia continuava a spronarli. Avevano ricevuto un ordine e mai avrebbero disobbedito. Il trentesimo giorno, il caldo ed accecante sole si posò sui visi dei cavalieri. uQQuindici tra loro non poterono aprire i loro occhi. La sete, la fame e la stanchezza li avevano sopraffatti. Non poterono mai vedere lo spettacolo che avevano di fronte. Dalle dorate sabbie del deserto si innalzava verso il cielo una maestosa città. Possenti mura di bianche pietre la difendevano da chi fosse stato abbastanza pazzo da osare attaccarla. Con prudenza i superstiti si avvicinarono sino a scorgere una piccola breccia da cui entrare. Senza esitare si mossero per esplorare la città. Nessuno di loro poteva sapere se fosse o non fosse Irem. Dovevano accertarsene. I loro stivali risuonavano sui ciottoli che rivestivano le strade di quel luogo. Nessun altro rumore disturbava l’innaturale silenzio lì regnante. Nessun segno della presenza di esseri viventi apparve ai cavalieri. Ma dovevano continuare. Giunsero così in una grande piazza, al cui centro una fontana donava acqua zampillante. Molti dei Templari non seppero resistere alla tentazione e così corsero a bere avidamente. Se solo avessero agito più cautamente. L’acqua conteneva un terribile veleno. Urla angosciate cominciarono ad uscire dalle loro gole, mentre le loro membra si gonfiavano a dismisura. La pelle, divenuta nerastra, si tese fino a squarciarsi in migliaia di piccole piaghe da cui usciva lento il sangue. Sangue che aveva cambiato il suo colore in un giallo putrido e che emanava un fetore nauseabondo. Impotenti i sette superstiti assistettero all’atroce morte dei loro compagni. L’unica cosa che poterono fare fu alleviare con un colpo di spada le loro sofferenze. Il terrore, come subdola serpe, cominciava ad insinuarsi negli animi dei cavalieri. Alcuni proposero di lasciare la città. Mille volte sarebbe stato meglio affrontare il deserto che restare in attesa di una morte atroce. Solo con la sua grande forza di volontà il più vecchio di loro, Simone de Got, riuscì a calmarli. Ricordando loro il nostro giuramento dinanzi a Dio, li esortò a continuare senza paura. Li convinse ad affrontare la morte con la spada in pugno. Con umiltà i fratelli ribelli si inginocchiarono e dopo aver chiesto perdono per la loro viltà promisero di morire piuttosto che infangare la loro bianca veste. Rincuorati decisero di continuare l’esplorazione. La città sembrava vastissima e totalmente priva di abitanti. Le case erano invase dalla sabbia e completamente vuote. Presto cominciarono a calare le tenebre. I sette si chiusero in una piccola stanza per passare sicuri la notte. Il sonno fu agitato. Incubi in cui si vedevano assurdi mondi e orrende creature affollavano la mente dei poveri cavalieri. La mattina i raggi del sole li svegliarono. Erano stanchissimi. Da alcuni giorni nessuno di loro toccava né cibo né acqua. A stento riuscivano a camminare. Ma dovevano continuare, sperare di trovare qualcosa con cui rifocillarsi. Nefasto il destino che li attendeva. La sorte era loro nemica. Ben presto le loro peregrinazioni li portarono di fronte ad un grande edificio. Una moltitudine di esili colonne sosteneva un’imponente architrave su cui capeggiava un enorme bassorilievo. Bassorilievo raffigurante strane forme e figure che la loro mente non riusciva a comprendere. Ed ecco che il nome di Irem per la prima volta compariva dinanzi ai loro occhi. C’erano riusciti. Avevano trovato la città che il pazzo Al Azrad aveva descritto come sede di conoscenze proibite e pericolose. Ma le sorprese non erano finite. Mentre salivano la lunga scalinata che li avrebbe immessi all’interno di quella costruzione, cominciarono ad udire una strana musica proveniente dal suo interno. Era quasi indescrivibile. Una miriade di suoni di diverse tonalità si mescolava creando una nenia quasi ipnotica. Ormai anche la curiosità li spingeva a salire. La musica diventava sempre più forte e cominciarono a carpire un canto. Parole sconosciute si levavano al cielo seguendo il ritmo della melodia. Simone raccomandò a tutti loro di impugnare saldamente la spada e di essere pronti a combattere. Tutti annuirono ed estrassero le loro lame. Come un sol uomo cominciarono a correre e giunsero sulla soglia di quel luogo. La prima cosa che notarono fu l'oscurità di quell’edificio. I loro occhi, fino a quel momento torturati dall'accecante luce del sole del deserto rimasero accecati. Dovettero restare fermi per alcuni minuti per poter abituare il loro sguardo al buio di quel luogo. Poterono così notare la grandezza di quella costruzione, simile ad un tempio greco. Simone indicò loro di proseguire. Con passo lento e deciso cominciarono ad avanzare nel buio, lasciandosi alle spalle l'unica luce a loro disposizione, quella che filtrava dall'entrata del tempio. La musica nel frattempo continuava, così come il canto, ma i loro occhi non vedevano nessuno. Senza esitare continuavano metro dopo metro fino ad inoltrarsi nell’oscurità più fitta. Non fecero in tempo a rendersene conto che vennero attaccati da una moltitudine di persone urlanti. L’impatto fu tremendo. Tre cavalieri caddero schiacciati dalla folla, mentre gli altri cominciarono a combattere freneticamente alla cieca. Mentre le loro spade calavano con una forza e precisione incredibile, i quattro valenti guerrieri indietreggiavano per portarsi alla luce. E quando finalmente poterono vedere i loro avversari, restarono allibiti. Non erano esseri umani come loro, bensì esseri antropomorfi con la pelle incrostata di sabbia. Le orecchie enormi, sproporzionate, pendevano ai lati del volto, deforme e orrendo, caratterizzato da occhi grandi e larghi. Le loro mani erano munite di affilati artigli con cui smembrarono uno dei templari. Gli altri tre cominciarono a fuggire. Come dei folli correvano verso l’uscita di quella città, mentre alle loro spalle le fila dei mostruosi inseguitori si infoltivano. Non so se Dio decise di proteggerli e dare loro una mano, fatto sta che quei tre sciagurati riuscirono a scappare da quell’orda demoniaca. Solo in due tornarono nel mondo civile. Il terzo era morto delirando come un pazzo. E così, dopo quattro mesi, nel Gennaio 1187, il Gran Maestro de Riderfort poté ascoltare il resoconto della spedizione dalla voce di Simone de Got. Nel frattempo la lettura del libro proibito continuava. E continuava la catena di suicidi tra gli studiosi. La sola lettura del maledetto “Al Azif” procurava attacchi di follia, alcuni gravi a tal punto da distruggere la mente dello sventurato. Il saggio Eraclio aveva chiesto a gran voce di interrompere quegli studi. Ma il Gran Maestro rifiutò il consiglio di un estraneo. Voleva i segreti di quella città. E per ottenerli era pronto a tutto. A prezzo di molte vite e menti carpimmo infine il segreto di Irem e dei suoi mostruosi abitanti. Fu nelle vicinanze della Pasqua che due filosofi portarono al Vescovo di Acri la traduzione di un passo di quel libro. Diceva: ‘ Oscuri abitanti delle sabbie, custodi e padroni del Tempo, dimorano in quel luogo. Esseri capaci di muoversi con maestria nelle pieghe e negli angoli del tempo. Capaci di piegare la realtà al proprio volere conoscendo oggi ciò che verrà domani. Il dono del Messaggero mai fu ben custodito, in attesa che quelli antichi tornino dalle stelle alla terra.’ La loro spiegazione fu semplice e sconvolgente. Secondo loro questi esseri veneravano un dio pagano. In particolare potevano associare con il termine Messaggero l’entità che l’Arabo pazzo chiamava Niyharlat Hotep. Esso era anche indicato con i nomi di Messaggero degli dei, Signore dell’Etere, Caos Strisciante ed era il portavoce e l’esecutore della volontà dei potenti malvagi conosciuti con il nome di Azathoth, Yog Sothoth, Shub Niggurath, divinità eterne poste al limite dell’universo. Ma non era tutto. Dal racconto sembrava che i mostri stessero aspettando in agguato i cavalieri. Questo fatto, unito alle parole dell’Al Azif, confermava la loro teoria secondo cui ad Irem era custodito un oggetto in grado di mostrare il futuro. Subito il Vescovo capì che se la loro ipotesi si fosse rivelata fondata e se il Tempio si fosse impadronito di quell’oggetto avrebbe potuto evitare tragedie di proporzioni immani all’umanità. D'altronde capiva che se uomini come Gerard de Riderfort avessero avuto nelle loro mani per l'umanità sarebbe stata una catastrofe. Senza perdere un attimo di tempo decise di incontrare il Gran Maestro. Ma non era affatto deciso a svelargli la Verità. Si presentò con un falso documento in cui si narravano di favolosi tesori e di immense ricchezze. Voleva far leva sull'avidità e sulla bramosia di ricchezze che animava l'altro uomo. Per una settimana discussero sulla possibilità di organizzare una spedizione segreta. Il Gran Maestro era affascinato da questa scoperta, ma d’altronde si rendeva conto che Saladino bussava alle porte di Gerusalemme e che il Capitolo non avrebbe mai capito la decisione di far partire guerrieri utili per la difesa della Città Santa. Senza contare che non voleva dividere nulla con nessuno. Ed allora, con un colpo di genio, il Vescovo spiegò che nessuno oltre a loro due doveva sapere nulla di questa storia. Una fuga di notizie avrebbe scatenato una nuova Crociata, questa volta alla ricerca di Irem. Lui si impegnava a guidare la spedizione, che sarebbe stata composta da tutti gli studiosi e da altri cento cavalieri, reclutati dalle fortezze del Tempio più isolate. In questo modo nessuno avrebbe sospettato di nulla. L’unico ostacolo era la messa in scena della propria morte. Solo in questo modo avrebbe potuto essere libero di agire. Tutto il peso della decisione ora gravava sulle spalle di Gerard de Riderfort, che diede il suo consenso. A torto pensava di avere in pugno il Prelato. Con la partenza degli studiosi e di Eraclio si sarebbe liberato in una volta sola di chi conosceva, oltre a lui, il segreto di Irem. Pensava poi di occuparsi dei superstiti una volta che fossero tornati indietro. Soddisfatto il Vescovo tornò ad Ari e cominciò a preparare la missione. Giorno della partenza il 10 Luglio. Giorno della sua falsa morte il 4 Luglio. Tutti i documenti e gli scritti vennero sigillati e riposti su grossi carri che dovevano seguire a distanza la spedizione. Il prelato voleva essere sicuro di non tralasciare nulla e di essere perfettamente preparato. Ma sapeva benissimo che le loro spade potevano essere inutili se davvero qualcuno degli esseri avesse potuto richiamare Niyharlat Hotep. Serviva un oggetto con una forza spirituale elevatissima da contrapporre al malvagio dio. La risposta era proprio nelle sue mani: la Vera Croce. Cosa di meglio di questo Santissimo Oggetto avrebbe protetto i Templari da quelle oscure forze? Decise che oltre a lui, il 4 Luglio sarebbe scomparsa la Vera Croce. E così fu. Quel giorno a Gerusalemme giunse la notizia che in uno scontro con un esercito di infedeli il Vescovo di Acri era perito con onore e la Vera Croce era stata persa. Lo sgomento avvolse la comunità cristiana che vide crescere la propria rabbia verso gli arabi. Ma noi sappiamo quale fu la verità. La mattina del 10 Luglio, cento cavalieri cominciarono il loro lungo viaggio verso Irem. Coi bianchi mantelli che garrivano nel vento sembravano candidi Angeli sulle dune del deserto. Le loro armature argentee riflettevano i raggi di sole. Cavalcavano in formazione compatta con alla testa Eraclio e la Santa reliquia che trasportava. Dietro di loro decine di carri seguivano la loro marcia. Carri essenziali per la riuscita dell’impresa. Al loro interno vi erano i viveri necessari al sostentamento della spedizione, ma ben più prezioso l’intero patrimonio di conoscenze proibite dei Templari. Il viaggio procedeva tranquillo. Tutti erano stati informati del pericolo che li attendeva qualora avessero avvistato le bianche mura di Irem. Senza sosta gli studiosi continuavano a leggere e a decifrare febbrilmente le pagine dell’Al Azif. A malincuore il Vescovo aveva dovuto autorizzare il proseguimento degli studi. Sapeva che la loro salvezza dipendeva anche dalle oscene conoscenze contenute in quel maledetto libro. Disprezzanti la follia che li sovrastava, questi nostri fratelli impararono empi e diabolici rituali. Tra questi capirono come evocare il malvagio Niyharlat Hotep, come viaggiare con la mente nello spazio e nel tempo, ma soprattutto carpirono il funzionamento dell’oggetto che stavano cercando. Dopo circa quaranta giorni, il 24 Agosto, la spedizione giunse in vista di Irem. L’eccitazione cominciava a pervadere gli animi, ma il Vescovo impose a tutti di accamparsi a due miglia dalla città. I guerrieri protestavano, volevano attaccare subito. Troppo tempo erano rimasti senza brandire la loro spada. D’altra parte gli studiosi smaniavano di posare le mani sulle ulteriori conoscenze racchiuse in quella città. Ma il prudente Eraclio rimase inamovibile nella sua decisione. Ubbidienti i Templari allestirono il campo e disposero una guardia permanente di trenta cavalieri. Ben presto calò la fredda notte. E con essa cominciarono gli incubi. Le menti dei malcapitati erano sconvolte da tetre ed orride visioni. Una strana sensazione pervadeva gli animi di quegli uomini, spossandoli nel corpo ma soprattutto nello spirito. E così per due giorni. Il nervosismo era alle stelle. Si cominciava a mormorare che il Vescovo fosse impazzito. Che volesse lasciarli morire senza scopo a due passi dalla loro meta. E così dieci cavalieri lasciarono una notte il campo per entrare nella città. Se avessero aspettato! Il Vescovo e il resto della compagnia vennero svegliati dalle terribili urla che le gole di quegli sciagurati emettevano mentre venivano fatti a pezzi. Per loro fortuna la luna era assente e così le tenebre coprirono come un pietoso manto la crudele scena. Gli uomini erano nervosi e accecati dall’ira. Fu a quel punto che Eraclio parlò loro. Con voce ferma e decisa si rivolse così ai cavalieri: ‘ Parlo a Voi, Fratelli miei! A voi, nobili Cavalieri Templari, che avete sempre combattuto con onore e coraggio. Lo so che siete stremati, che vorreste che tutto fosse già finito. Vi chiedo di non dubitare. Certo quelle orrende creature, uscite da chissà quale Inferno, sanno cosa accadrà nei giorni a venire. Sanno probabilmente come ci muoveremo e quando ci muoveremo. Ma non lasciatevi scoraggiare. Non lasciate che la viltà diventi vostra compagna. Avete la Fede in Dio Nostro Signore, e più di una volta l’avete dimostrato sul campo da battaglia. Dimostratela anche oggi. Aspettate con emozione crescente l’inevitabile scontro. E fate in modo che questo non vi colga impreparati. Siate sempre pronti ad estrarre la vostra spada e a cavalcare dietro questa Croce, Legno Santo su cui morì Gesù Cristo, per vincere o morire nella Sua Gloria. Aspettate ancora e fidatevi di me. Io purtroppo non so cosa accadrà di certo, ma so che se saremo uniti con le nostre armi e la nostra Fede, allora trionferemo su ogni male. Siete con me?’ Come un sol uomo i Templari urlarono la loro fedeltà a Dio e al Tempio. Rincuorati e sempre più eccitati i nostri Fratelli passarono in quell’accampamento altri cinque giorni. Sembrava che l’attesa dovesse protrarsi per altro tempo. Il Vescovo era preoccupato. Sperava che sapendoli lì fuori i nemici attaccassero in massa. All’esterno, tra le sabbie del deserto, era sicuro che i Templari avessero l’unica loro possibilità di vittoria. Sapeva che se fossero entrati ad Irem, avrebbero rischiato sicuramente di cadere in un’imboscata il cui esito era fin troppo scontato nella sua mente. Ma quello che non aveva previsto era un’attesa così lunga. Da una settimana erano fermi ad aspettare. Per quanto avrebbe potuto continuare? Le scorte d’acqua e di cibo non sarebbero durate in eterno e soprattutto non sarebbe durata in eterno la calma dei suoi uomini. Così prese la sua decisione. Se entro due giorni non fossero stati attaccati, ebbene la mattina del 3 Settembre avrebbero assaltato Irem. Comunicò subito la sua decisione ai cavalieri che cominciarono a lavorare febbrilmente ai preparativi dell’assalto. I cavalli venivano strigliati e ripuliti, le armi affilate e le armature approntate per la battaglia. Così il primo giorno passò tranquillo e anche il secondo non fu da meno. All’alba del terzo la lancia di bianchi cavalieri caricò la città. Senza incontrare resistenza passò le porte e si diresse velocemente verso il tempio. Gli zoccoli dei cavalli risuonavano sui ciottoli che lastricavano le ampie strade. Ai cui lati bianche case si ergevano lanciando sui cavalieri ciechi sguardi. Con meraviglia gli uomini guardavano il paesaggio attorno a loro. La città era enorme. Avrebbe potuto contenere decine di migliaia di persone e per questo non essere ancora al limite della sua capienza. D'altronde le case erano così diverse da quelle che erano abituati a vedere. Richiamandosi lontanamente all'architettura araba, possedevano strani angoli. Tant'è che in alcuni casi sembrava loro di poterne osservare tre lati in una volta sola. Meravigliati, ma anche intimoriti gli uomini continuarono, sino a giungere nella grande piazza. Dinanzi a loro l'edificio descritto da Simone de Got. Eraclio diede l'ordine di arrestarsi. Si fermarono in ascolto. Non un solo suono proveniva dalle costruzioni loro attorno. Improvvisamente un urlo poderoso squarciò l’aria. I cavalli si impennarono e molti finirono disarcionati. Con un grande boato parte del Tempio conflagrò violentemente verso l’esterno. Repentini i cavalieri cercarono di mettersi al riparo. Una grande nuvola di polvere invase la piazza impedendo loro di vedere cosa stava accadendo. Dopo alcuni minuti i raggi del sole riuscirono a perforare la spessa coltre di polveri andatasi a creare. I Templari cominciarono a radunarsi di nuovo di fronte alla scalinata. Ma dieci di loro erano stati travolti dalle macerie e per loro non c'era più nulla da fare. I loro sguardi andarono a posarsi sulla facciata del tempio, ormai semidistrutta. Così i Templari poterono vedere la moltitudine di esseri che veniva loro addosso. Erano le creature che avevano ucciso mesi prima i nostri Fratelli. Urlando di rabbia si precipitavano contro le fila compatte degli umani. Ponendosi alla testa dei suoi uomini e impugnando la Vera Croce, il Vescovo Eraclio gridò: ‘ Fratelli, stringetevi in formazione di difesa e siate pronti a combattere. È ora di sguainare le spade!’ Con la freddezza che ci contraddistingue in battaglia, i Templari assorbirono l’impatto di quell’orrore. Violenta si scatenò la battaglia. I loro artigli erano pericolosi e la loro forza era quasi sovrumana, ma l’acciaio delle nostre spade è guidato dalla nostra Fede. Così in due ore i cavalieri ebbero ragione di quei demoni. Il Vescovo fermò i suoi uomini e si guardò rapidamente intorno. Vide un centinaio di putrescenti cadaveri segnati dalle lame delle spade. Si sentiva stanco e vittorioso. Aveva perso sessanta uomini, ma aveva sconfitto il male. Appoggiandosi alla Croce chiamò a raccolta i quaranta superstiti e con loro cominciò l’ascesa della grande scalinata. Era deciso a purificare quel luogo maledetto. Sarebbe entrato al suo interno e avrebbe posato sull'altare la Vera Croce. Lo avrebbe consacrato a Cristo. In pochi minuti furono alle porte del Tempio. Un grande squarcio deturpava quella magnifica costruzione, permettendo alla luce di entrare all’interno di quell’empio luogo. I caldi raggi di sole illuminarono così una grande statua raffigurante un enorme mostro con tre possenti gambe artigliate. E a renderla ancora più abominevole era l'assoluta mancanza della testa. Al suo posto vi era un grande tentacolo. Senza dubbio la statua raffigurava una delle molteplici forme con cui Al Azrad scriveva che Niyharlat Hotep si manifestasse ai fedeli. Il Vescovo cominciò ad avvicinarsi a quella statua. Dietro di lui, timorosi, lo seguivano i Templari. Improvvisamente, cogliendoli di sorpresa, la statua si frantumò in mille pezzi. E al suo posto comparve il malvagio Messaggero degli dei. Il suo corpo era alto più di trenta metri e con estrema velocità si avvicinò allo sciagurato gruppo. Il suo tentacolo e i suoi terribili artigli uccisero senza pietà i cavalieri che, colpiti da terrore, si erano dati alla fuga. Con la mente vacillante per quella visione, il Vescovo ordinò ai superstiti di ritirarsi all’esterno mentre affrontava quell’abominio. Per un attimo i cavalieri titubarono. Come avrebbero potuto loro, uomini votati a dio, abbandonare così un uomo di fronte a quel pericolo giunto da chissà quale Inferno? Impotente Eraclio vedeva gli artigli di Niyharlat Hotep mietere vite tra i cavalieri. ' Allontanatevi, o Nobili Templari. Se resterete qui morirete senza scampo e tutto ciò per cui ci siamo battuti svanirà come neve al sole. Non temete per me, questa croce mi proteggerà dagli attacchi di quest'empio demone!' E mentre i suoi uomini arretravano lentamente, egli brandì con decisione il Santo Legno. Dalle sue labbra cominciarono a uscire le parole di un antico esorcismo. ‘ Io, nel nome di Nostro Signore Gesù Cristo, ordino a te, creatura del male, di andartene da questo luogo. Ti comando di lasciare questo Tempio e di allontanare la tua empia presenza. Nel nome di Dio te lo comando!’ Il dio malvagio sembrava non essere colpito dalle sue parole. Inesorabilmente avanzava verso il prelato, agitando freneticamente l’orrida appendice sporca di sangue. Intanto Eraclio continuava a ripetere le formule dell’esorcismo, ma senza alcun effetto. Fu così che Niyharlat Hotep e il Vescovo si trovarono uno di fronte all'altro. I cavalieri rimasero in silenzio a guardare la sicura fine della loro guida e della loro missione, nonché delle loro vite. Piangendo lacrime amare videro il tentacolo dirigersi verso il piccolo uomo di Chiesa. Ma ecco che improvvisamente avvenne il miracolo. Nelle mani del Vescovo la Vera Croce cominciò a brillare di luce candida. Luce talmente forte che i cavalieri dovettero distogliere i loro occhi per non restare accecati. Un urlo di dolore proruppe dal Caos Strisciante quando venne colpito dalla luce. La croce si spezzo in due mentre le sue schegge penetravano la carne del demone. Con movimenti convulsi, Niyharlat Hotep, cercava di estrarre il legno che lo stava consumando. Questa sorta di tregua negli attacchi del mostro permise ad una decina di nostri Fratelli di intonare una strana litania. Le loro voci cominciarono a elevarsi nell’aria pronunciando frasi che mai le loro orecchie avevano udito. Stavano salmodiando la formula appresa dall’Al Azif per scacciare dalla nostra dimensione gli Dei Esterni. Troppo tardi Niyharlat Hotep si accorse di quello che stava accadendo. Tentò di lanciarsi contro i salmodianti, ma invano. La nenia era appena giunta alla fine che un oscuro vortice si aprì misteriosamente nel cielo, risucchiando al suo interno il malefico dio. Un urlo di gioia esplose dalle gole dei Templari quando capirono di aver definitivamente vinto. Irem era loro. Ma la loro gioia dovette cedere il passo alla tristezza. Il Vescovo giaceva morente. La battaglia lo aveva indebolito e l'ultimo colpo di Niyharlat Hotep l'aveva colpito in pieno petto. Inutili i soccorsi. L’unica cosa che poterono fare fu raccogliere le sue ultime volontà e i suoi ultimi ordini. Egli nominò uno di loro Maestro di quella comunità. In questo modo venne fondato un ramo segreto dell’ordine del Tempio, un ramo la cui sede era Irem. I funerali vennero celebrati immediatamente. I venti cavalieri superstiti resero omaggio a tutte le vittime, i cui corpi vennero sepolti in quella piazza. L'indomani cominciarono le ricerche. L'oggetto meta della loro spedizione venne facilmente recuperato da una sala segreta sotto il tempio. Consisteva in una grande lastra di pietra che dopo uno specifico rituale consentiva di vedere il futuro. La vita ad Irem venne organizzata sul modello di una fortezza del Tempio e nessuno, dietro ordine del Vescovo, informò mai il Capitolo della scoperta. Nessuno oltre a loro doveva conoscere l’esistenza e l’esito di questa spedizione. Nel frattempo, Venerdì 2 Ottobre 1187, Gerusalemme era caduta sotto i feroci colpi del Saladino. L’eco di quella sconfitta era giunto fino ad Irem e un velo di mestizia era calato sulla comunità. Erano pur sempre dei Templari e in Gerusalemme vedevano la loro vera sede. Ma non si scoraggiarono, sapevano che dovevano occuparsi di scoprire quanto più possibile intorno a quell’oggetto. Gli studi continuavano febbrilmente, mentre iniziavano anche lavori edili per rendere Irem più consona a una fortezza del Tempio. I contatti con l’Occidente erano stati completamente tagliati, ormai quasi nessuno si ricordava di loro. Nel 1189 il vile Gran Maestro Gerard de Riderfort cadde in battaglia. E così l’ultimo a conoscere il segreto di Irem al di fuori della stessa era morto. La totale segretezza voluta dal Vescovo Eraclio era finalmente ottenuta. Gli anni passavano e le arcane conoscenze degli studiosi aumentavano. Ma restava un problema. Era necessario un ricambio generazionale, ci volevano mente giovani e fresche. Ma come cercarle? Come si poteva conservare la segretezza e nello stesso tempo reclutare nuovi Templari? Nessuno sapeva cosa fare e sembrava che il sogno del Vescovo di Acri dovesse finire solo dopo pochi anni. La soluzione venne trovata ancora nel maledetto "Al Azif", il cui studio continuava senza sosta. Gli studiosi scoprirono l'esistenza di un potente manufatto, detto lampada di Leng. Abd Al Azrad affermava che bruciando una strana cenere bluastra e oleosa si ottenevano dei vapori capaci di permettere al sacerdote utilizzatore di entrare nei sogni di un altro essere per trasmettergli messaggi, visioni o profezie. Cosa di meglio? Cominciarono così i preparativi e dopo alcuni mesi, sempre eseguendo empi rituali, riuscirono a costruirne una. In questo modo poterono iniziare contatti onirici con le persone che dimostravano un grande senso del dovere, una grande sete di conoscenze e una rettitudine morale ferrea. Non potevano certo permettersi di rovinare tutto il lavoro per colpa della presunzione e dell’ambizione di un singolo uomo. Dovevano essere certi di chi sceglievano. Per questo un Capitolo composto da cinque studiosi e cinque cavalieri seguiva per un anno la vita del prescelto. E solo dopo decideva se fosse degno o no dell’onere che volevano proporgli. In questo modo la sopravvivenza di questo ramo dei Templari era assicurata.-
Ero talmente assorto nell’ascoltare quella incredibile storia che quasi non mi accorsi che Pierre si era fermato. Non sapevo cosa pensare. Sembrava una storia talmente assurda, parto di una mente malata. Ma d’altronde cosa ci avrebbero guadagnato a mentire a me? Guardai Molay e notai che mi stava osservando. La sua espressione era attenta e quasi in attesa. Ero insoddisfatto. Mancava ancora qualcosa a quello strano racconto. Presi coraggio e chiesi: - Valenti Cavalieri, il vostro racconto mi lascia molto imbarazzato. Non so se credervi o meno. Sembra talmente assurdo che vorrei poterne ridere come di una leggenda. Ma ho visto l’emozione che pervadeva questo giovane Templare nel parlare di quei fatti. Non stava mentendo, almeno nella misura in cui lui crede sia vera. Però...- - Però cosa, Padre? Se avete qualche domanda chiedete pure.- mi rispose Pierre. - Vedi, figliolo, c’è un interrogativo che mi assilla. Perché, se davvero potevano vedere il futuro, non vi hanno avvisato delle disgrazie che vi avrebbero colpito? Si sono forse dimenticati di voi? E soprattutto come fate voi a conoscere questa storia se nessuno è mai partito da Irem per giungere sino a voi?.- A sorpresa mi rispose il Gran Maestro. - No, Padre. Non si sono mai dimenticati di noi. Erano e sono pur sempre dei Templari. La loro fedeltà all’Ordine non è mai stata messa in discussione. Per questo volevano comunicare al Gran Maestro ogni avvenimento che ci riguardasse. Ma capirono che avrebbero rischiato troppo. Così facendo avrebbero messo in pericolo la segretezza necessaria al loro compito. Se avessero abusato del loro potere avrebbero potuto scatenare una Cerca, al cui confronto quella del Graal sarebbe apparsa un’inezia. Decisero allora di avvisare solo in caso di grandi disgrazie e catastrofi. E finora l’hanno fatto solo due volte. La prima l’Aprile del 1291. L’allora Gran Maestro Guglielmo di Beaujeu vide in sogno la caduta di Acri, ultima nostra roccaforte in Terra Santa. Ma sapete che lo slancio di fede che tanto aveva caratterizzato le prime Crociate era ormai crollato. Guglielmo non credette mai a quella visione e così il 28 Maggio del 1291 la Fortezza del Tempio di Acri cadde sotto i colpi degli infedeli. Questa la prima. E la seconda circa otto anni fa. Ancora mi ricordo quella notte. E ancora vivide sono nella mia mente le immagini che preannunciavano tutto questo. Vidi una moltitudine di cavalieri Templari cavalcare al mio seguito. Il nostro vessillo volava nel vento. All’improvviso davanti a noi il nemico. Cercavo di scorgere il vessillo con la mezzaluna. Ma non c’era. Cercavo di scorgere le torri di Damasco. Ma non c’erano. Le loro bandiere portavano il Fleur de Lys del Re di Francia. E le torri che vedevo erano quelle di Parigi. Vidi i nostri due eserciti scontrarsi e i Templari soccombere. Dopo di questi vidi distintamente il giovane Pierre e il mio fidato compagno Geoffroy de Charnay. Erano di fianco a me e mi guardavano con rassegnazione. Volevo parlare con loro e chiedere una spiegazione, ma quasi improvvisamente le fiamme ci avvolgevano mentre potevo scorgere i campanili di Notre Dame tingersi di rosso. Quando mi svegliai ero confuso. Chiamai i due Fratelli che avevo visto in sogno e loro mi raccontarono la storia che voi avete sentito. L’avevano sognata. Sapevo che avevo il tempo necessario a organizzare la resistenza del Tempio contro il Re di Francia. Ma capii una cosa. Avrei dovuto giustificarmi dinanzi al Capitolo di una decisione del genere. E il pericolo che tutta questa storia venisse diffusa ai quattro venti era altissimo. Riuscite a immaginare cosa sarebbero disposti a fare i regnanti della Terra per possedere un potere del genere? Sono certo che non si fermerebbero dinanzi a stragi ed eccidi pur di ottenere la possibilità di conquistare tutto il mondo. Presi allora la terribile decisione. Avrei lasciato che la Storia seguisse il suo corso.- A questo punto tacque. Chinò il capo e restò in silenzio alcuni istanti. Poi riprese: - Decisi così di sacrificare l’intero Ordine dei Templari e i suoi cavalieri per proteggere l’intera umanità. Fu per questo che Filippo poté liberamente arrestarci tutti in un giorno. Terribile fu per me quel 13 Ottobre del 1307. Vedevo chiaramente il sogno di intere generazioni di uomini sgretolarsi e morire. E questo per mano mia. Io, e solo io, condannai coraggiosi uomini a subire per sette lunghi anni ignobili accuse e vili menzogne. Io condannai molti di loro ad una scelta vile. Ma non potevo fare nulla. A gran voce sentivo migliaia di Fratelli implorare la libertà. E io che avrei potuto evitare tutto questo soffrivo e soffro ancora. Il mio animo è lacerato dal dolore e dalla disperazione. Ma tra poco sarò libero. La mia morte e quella coraggiosa di questi due miei compagni servirà a proteggere e salvare l’Ordine Templare e l’intera umanità. Se molti penseranno che i Templari finiranno con le nostre ceneri sparse al vento, si sbagliano. L’Ordine del Tempio di Gerusalemme vivrà nei secoli, in attesa di poter tornare a portare i suoi Alti Ideali tra queste maledette terre.- Fu con le lacrime agli occhi che Molay finì la storia dei Templari. I tre si strinsero in un lungo e silenzioso abbraccio. Stavo per parlare quando la porta della cella si aprì. Una guardia del Re venne a informarmi che il tempo a mia disposizione era terminato. Provai a protestare, ma a nulla valsero le mie richieste. Feci appena in tempo a benedire i tre Uomini dinanzi a me prima di uscire.
III E così sono giunto alla fine del mio racconto. So che chiunque lo leggerà penserà che sono pazzo. Forse è meglio così. Forse è meglio che nessuno creda a ciò che ho scritto, che nessuno pensi di cercare Irem e i segreti che essa nasconde. La folla sotto la mia finestra continua a urlare. So che tra poco la fiamma verrà accesa e con essa le tre pire che bruceranno tre uomini innocenti. Ciò che poche ore fa era ancora un dubbio ora sta diventando una certezza. Riscrivendo la storia che le giovani labbra del povero Pierre mi hanno narrato mi sono finalmente reso conto che credo a ciò che mi è stato detto. Credo alla loro innocenza e credo al loro Sacrificio. Spero che Iddio li possa proteggere e con loro le persone che continuano a proteggere l’umanità. Una lieve brezza si è alzata e porta nella mia cella l’odore del fuoco e della loro fine. Potrò sembrare uno stupido vecchio prete, ma la mia mano sta tremando e copiose lacrime annebbiano la mia vista. Dio, Padre Onnipotente, salva le anime di chi ha compiuto un delitto simile! A voi, che forse tra secoli leggerete queste mie righe, chiedo di ignorare e rifuggire ciò che la Storia narrerà. Sentirete dire cose empie sui Templari. Se proprio non vorrete non credere a queste fandonie, ricordate il sacrificio di Jacques di Molay, ultimo Gran Maestro, del nobile Geoffroy de Charnay e del giovane e dolce Pierre de Lion. Ormai sono stanco, le mie vecchie ossa richiedono riposo. Dio mi protegga!
Grafica by Robin 2007 |